Straniamenti. Come lo sguardo dell’altro può aiutarci a smantellare gli stereotipi sessisti
Un articolo di Silvia Cavalieri
Partecipare alla tavola rotonda sulla decostruzione degli stereotipi di genere in una prospettiva transculturale, organizzata all’interno dei Mondiali Antirazzisti di Casalecchio di Reno, mi ha stimolato una serie di riflessioni che vorrei condividere qui con voi.
Sono partita da questa domanda: in che modo una prospettiva transculturale – allargata, cioè, da sguardi altri – può contribuire a quello smontaggio degli stereotipi di genere univoci e riduttivi che è l’istanza di fondo da cui ha preso vita Donne Pensanti?
Le rare volte che sono intervenute, sulle nostre pagine, donne straniere o donne italiane che hanno vissuto a lungo in paesi lontani dal nostro, non solo geograficamente, ho avvertito nelle loro parole il sapore di una diversità illuminante, in grado di darci spunti determinanti per questo percorso di riscrittura delle identità femminili socialmente condivise che stiamo tentando di tracciare.
Il concetto di stereotipo viene introdotto nelle scienze sociali negli anni Venti da Walter Lippmann, un giornalista politico che studiava come si forma l’opinione pubblica. Nella stampa tipografica, lo stereotipo è una matrice cartacea copiata da una matrice in lega: una copia immodificabile che genera copie identiche a se stessa. Da qui l’idea di fissità che è legata al concetto di stereotipo anche in ambito sociale.
Mi pare che questa rigidità possa essere incrinata da testimonianze di vissuti che sappiano defamiliarizzarci rispetto alla nostra cultura, sfidandoci a venir meno ai nostri punti fermi, decentrandoci rispetto a quelle certezze che diamo per assodate. In un libro molto bello che il postino mi ha catapultato in cortile pochi giorni fa, Sette vite come i gatti – Generazioni, pensieri e storie di donne nel contemporaneo, Barbara Mapelli cita un brano di Fatema Mernissi, che mi pare emblematico proprio in questo senso:
Fu in un grande magazzino americano, nel corso di un fallimentare tentativo di comprarmi una gonna di cotone, che mi sentii dire che i miei fianchi erano troppo larghi per la taglia 42. Ebbi allora la penosa occasione di sperimentare come l’immagine di bellezza dell’Occidente possa ferire fisicamente una donna, e umiliarla […] ‘Lei è troppo grossa’ mi disse. ‘Troppo grossa rispetto a cosa?’, le chiesi guardandola attentamente, perché mi accorsi di trovarmi di fronte a un serio divario culturale. ‘Rispetto alla taglia 42’, mi giunse la risposta della commessa. La sua voce aveva il taglio netto tipico di coloro che danno man forte alla legge religiosa. ‘Le taglie 40 e 42 sono la norma […]. Le sue parole erano così semplici e la minaccia che implicavano suonava così crudele, che mi resi conto per la prima volta che la taglia 42 è forse una restrizione ancora più violenta del velo musulmano. (Fatema Mernissi, L’harem e l’Occidente, Firenze, Giunti, 2000, pp. 170-173)
Quella che ci viene rilanciata in queste poche righe è un’immagine straniata di ciò che per noi si è fatto normalità e che agli occhi della scrittrice marocchina è, invece, una sottile e pervasiva forma di schiavitù, a cui noi donne occidentali per lo più ci assoggettiamo senza batter ciglio o che, in ogni caso, condiziona in maniera decisiva i nostri parametri su ciò che sia bello e adeguato: Non è raro, commenta Mapelli, che le donne di cultura musulmana individuino in maniera estremamente lucida “le trappole dell’emancipazione” così come tentiamo di metterla in pratica in Occidente, senza che questo gli impedisca di essere consapevoli delle forme di subordinazione a cui loro stesse sono spesso condannate. Tertium datur, finalmente: esistono molte strade per liberarsi. Il pluriverso femminile spalanca possibilità inattese: l’incontro con l’altra e con l’altro favorisce quell’irruzione dell’imprevisto capace di allargare i nostri orizzonti e farci immaginare soluzioni inattese.
Mi chiedo se sia possibile creare uno spazio di confronto, anche conflittuale se necessario, in cui formulare strategie di resistenza e di ricerca comuni con donne e uomini provenienti da mondi lontani, mondi che sono ormai dentro al nostro e che ci mettono davanti agli occhi non solo l’alterità in cui siamo immersi ma anche quella sommersa da qualche parte dentro di noi. Una sorta di frontiera nei termini in cui la descrive Boaventura de Sousa Santos: il luogo dove vivono soggettività emergenti, che aspirano a nuove forme di sociabilità e avvertono il potenziale emancipatorio che pervade questo territorio in bilico, in cui trasformare il mondo è diventata una questione personale.
Tentare di andare oltre il nostro etnocentrismo, ascoltando quel che hanno da raccontarci di noi sguardi necessariamente più distanziati del nostro, credo possa darci un contributo importante proprio nel depotenziare quegli stereotipi che ci assediano, di cui siamo vittime e, spesso, portatrici (più o meno sane).


ti leggo estasiata da cotanta bravura a esprimere concetti!!! Ch
….insegnamo alle giovani madri che e’ ora di educare i loro figli maschi al rispetto …all’amore ….ed a crescere….noi donne ci siamo gia’ arrivate….da molto tempo….
Sono d’accordo che uno sguardo altro serva a cogliere con lucidità le evidenze e le sfumature a noi ormai difficili da vedere.
Una tavola rotonda in cui discuterne sarebbe illuminante.