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Frequenze di Genere – IV puntata su “Genere ed Educazione”

 

Vi aspettiamo venerdì 3 febbraio con la 4° puntata del ciclo “Genere ed Educazione”.
Nelle scorse puntate, grazie alla collaborazione del Csge, vi abbiamo raccontato in che modo, quando ci relazioniamo con  bebè, bambini e bambine e adolescenti , il genere influenzi profondamente il modo in cui ci rapportiamo a loro e questo fa si che, senza esserne consapevoli, impartiamo un’educazione differente a seconda del sesso.

Nella puntata di questo venerdì Mirella D’Ascenzo ci racconterà com’ è avvenuta la conquista dell’educazione da parte delle donne, con un excursus storico che arriverà fino ai giorni nostri, in cui l’elevatissima percentuale di donne insegnati all’interno della scuola non ha significato garanzia di educazione paritaria,  libera dagli stereotipi di genere che condizionano la vita di ognuna di noi e le nostra possibilità di realizzazione.

Ci accompagneranno le sonorità arpeggianti e la voce squillante di Joanna Newsom.

L’appuntamento è come sempre dalle 13.30 alle 14 sulle frequenze di Radio Città Fujiko 103.1 FM, oppure  on line su www.radiocittafujiko.it

Vi invitiamo a farci conoscere le vostre impressioni su questo ciclo di puntate, a condividere con noi riflessioni, esperienze e buone pratiche: scriveteci all’indirizzo frequenzedigenere@gmail.com.

Buon ascolto!

La redazione

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Donne e Media: Appello al Direttore Generale della RAI, Lorenza Lei

Il Collettivo Le Vocianti, Associazione Donne Pensanti insieme a tantissime associazioni che lottano quotidianamente per scalfire vecchi modelli, invita tutte/i  quante/i a partecipare all’azione mailbombing promossa da Un altro Genere di Comunicazione  e a firmare  l’appello lanciato dall’Associazione Pulitzer.

Questo il testo dell’appello

Gentile Direttrice generale della RAI Lorenza Lei,

Le scriviamo per il Suo ruolo istituzionale di Direttore generale dalla RAI ma, ancora prima e soprattutto, in qualità di Donna.

Il 25 gennaio 2012 al TG1 delle 20.00 è stato trasmesso un servizio giornalistico offensivo e umiliante nei confronti di tutte le donne italiane e dei cittadini che pagano il canone per ricevere un servizio pubblico. Stiamo parlando del servizio realizzato dal giornalista Vincenzo Mollica dal titolo “La donna dell’Ariston” nel quale Gianni Morandi e Rocco Papaleo presentano Ivana Mrazova, la valletta della prossima edizione del Festival di Sanremo. Nel vederlo – è inserito in calce alla presente – si renderà conto che si tratta non solo di un pessimo esempio di informazione televisiva, ma di un vero e proprio schiaffo alla dignità delle donne.
Come in un film che abbiamo già rivisto tante volte, e che siamo stanchi di vedere, la ragazza bella, giovane, straniera e inesperta, come una stupida bambolina viene rimbalzata tra i due uomini affermati, che le dicono che cosa deve fare e che cosa deve dire. Una bella marionetta senza testa che per muoversi e parlare ha bisogno di due abili burattinai che hanno tre volte la sua età.

Noi sottoscritti firmatari chiediamo, come “risarcimento di immagine”:

Che Lei prenda pubblicamente posizione contro questo umiliante servizio prodotto dalla sua azienda e che il TG1 delle 20.00 offra uno spazio adeguato ai giornalisti che lo hanno realizzato ed ai due conduttori per scusarsi pubblicamente con le donne italiane;
Che vengano immediatamente poste in essere tutte le iniziative necessarie perchè vengano rispettati standard giornalistici degni di un servizio pubblico, nel pieno rispetto dell’immagine e del ruolo della donna.
In mancanza, ferma la nostra azione presso tutti i media atta ad ottenere quanto sopra, annunciamo sin d’ora che ci attiveremo presso tutte le sedi competenti, inclusa la Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, al fine di ottenere una adeguata risposta

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?
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Le parole fanno male #3

Love slaves (foto di VanessaO)

Love slaves (foto di VanessaO)

 

A me la parola passione suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate – la musica, il buon cibo, l’arte, la lettura, il calcio, il lavoro – oppure nuove: cosa c’è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione “per” qualcosa di appena scoperto? Poi succede spesso di descriversi attraverso le passioni: “Ah, io ho la passione del…” e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi “ha la stessa mia passione per…”?

La storia della parola però non è tanto allegra. Passione viene da “patire”; il suo etimo racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, “passionale“, è spesso accostato a un’altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: “delitto”.

Cosa s’intende con l’espressione “delitto passionale”? Non c’interessa qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l’ha commesso. A cosa vengono accostate queste parole sui giornali, sul web? Ecco un recente esempio.

E’ il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti – soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico.

Cosa ci sia di “passionale” in questo delitto io non lo capisco, né l’ho mai capito. Nel senso: capisco a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe giustificare una condotta omicida. Dico “giustificare” perché la presenza della passione è considerata un’attenuante dell’azione omicida – dalla legge – e dell’efferatezza dell’omicidio – per l’opinione pubblica.

Basta leggere le notizie di cronaca riportate in questo sito per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l’eccezione. Eppure la dicitura “delitto passionale” continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell’uso a definire tutti i delitti nei quali c’è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. E io non credo che dovrebbe essere così, perché quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto “passionale”.

Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca – e non delle complicate battaglie legali che ne seguono – si fa uso di alcuni termini come “delitto passionale”, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E’ stata proposta, per molti di questi casi, la parola “femminicidio”, e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l’onestà della comunicazione dei fatti accaduti.

Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome; a me non sta affatto bene associare la mia passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione. Né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l’opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; fose, considerando l’evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così denominati “delitti passionali”.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 2

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Barbara Spinelli, Avvocata e attivista per i diritti delle donne.
La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne e sull’implementazione della legge nazionale dei diritti delle donne.
Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, prodotta dalle Nazioni Unite nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”.
È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.
Il suo intervento si concentra sull’analisi delle raccomandazioni che la Commissione Cedaw  ha formulato nei confronti dell’Italia e sui principali aspetti emersi rispetto all’applicazione dei provvedimenti contenuti nell’articolo 5 della Convenzione Cedaw, che riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.
Barbara Spinelli ha spiegato che il problema legato alla rappresentazione pubblica della donna è un problema di dignità e non di morale e che, come tale, diventa un problema di tipo giuridico, non personale, ma collettivo. Le pubblicità infatti sono costruite sulla rappresentazione del ruolo della donna nella società e non solo sull’immagine del loro corpo, questo significa che la violenza e la discriminazione di genere trovano terreno fertile nel ruolo tradizionale che viene attribuito alla donna nella nostra società.
Emerge dall’intervento di Barbara Spinelli, che passa in rassegna diversi aspetti della rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei mezzi di comunicazione, che non siamo educati a riconoscere la discriminazione sulle donne, perché manca la percezione che certe pratiche siano lesive della dignità. In generale, in Italia, permane una grande adesione a certi tipi di immaginario che vedono la donna inscritta e imprigionata dentro un ruolo. In questo modo si rafforza e si ripropone un tipo di immaginario radicato anche se obsoleto che nel nostro paese viene largamente condiviso.
Fra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni del Cedaw, emerge la necessità di realizzare uno studio per il rilevamento di come lo stereotipo di genere sia diffuso fra i giovani, gli anziani, i professionisti e i politici. Un’analisi di questo tipo permetterebbe di fare emergere numerosi aspetti sui quali lavorare per scardinare meccanismi che ledono le donne.
Le raccomandazioni del Cedaw incoraggiano inoltre l’Italia ad elaborare un programma di sensibilizzazione, che coinvolga il più possibile i fruitori dei messaggi, ma anche coloro che li producono (mass media , agenzie pubblicitarie, agenzie di comunicazione).
Resoconto di Valérie Donati
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“Biglietti che lasciano a bocca aperta”

Un’altra pubblicità della quale si poteva fare a meno, un’altra scelta di comunicazione nella quale un pezzo di corpo femminile viene sezionato per pubblicizzare un servizio che nulla ha a che vedere con il messaggio che lo propone.
Questa volta è la Vistaprint che offre biglietti da visita che “lasciano a bocca aperta” e che per rafforzare questo slogan così originale non ha trovato nulla di meglio che mettere in primo piano il viso di una donna, un volto privato degli occhi, nel quale un’enorme bocca troneggia tumida e spalancata in maniera innaturale.
Ma per non limitarci a dire che l’immagine è volgare e quindi suscitare le solite argomentazioni che tirano in ballo accuse di “moralismo-bigottismo”, attiriamo l’attenzione su alcuni dettagli per meglio spiegare come anche un’immagine che sembra buttata lì, senza troppa elaborazione da parte di chi l’ha ideata, sia in realtà curata nei dettagli che giocano sull’ambiguità della promessa di una donna disponibile contribuendo a rafforzare un’immagine svilente della donna e a veicolare stereotipi sessisti e lesivi della dignità.
La parte grafica: il carattere usato per la scritta biglietti da visita è un font classico, rigoroso, stampatello, che evoca serietà, mentre per la scritta BOCCA APERTA è stato scelto un carattere lezioso, tondeggiante, che evoca frivolezza. Quel “Bocca Aperta” diventa allora un ammiccamento al cliente al quale viene suggerita l’idea di un “servizio supplementare”. A rafforzare questa idea il tondo rosa con la scritta GRATIS. Cos’è gratis? Il biglietto da visita? Il servizietto supplementare? La donna con la bocca aperta?
Qualche osservazione sulla impostazione grafica: l’immagine che troneggia al centro della pagina non ha bisogno di grandi spiegazioni se non per la sproporzione fra questa bocca enorme che sembra forzata nello spalancarsi per addentare un biglietto da visita. Le indicazioni che riguardano il prodotto e il servizio offerti sono in fondo alla pagina, in secondo piano, quasi di secondaria importanza. E’ interessante notare che il biglietto da visita che funge da fac simile è quello di un “centro esotico spa, regno del relax” che rimanda ancora una volta a promesse di piacere veicolate da quel pezzo di donna. E ancora, il biglietto da visita usato come modello è quello di un uomo che pubblicizza la sua attività di fisioterapista presso il giardino esotico. Capiamo allora che il prodotto è rivolto agli uomini, che il target bersaglio della pubblicità è maschile e che si sottende siano gli uomini ad avere bisogno di biglietti da visita per la loro attività professionale come se le donne fossero ancora una volta escluse o minoritarie nel mondo del lavoro.
Per tutti questi motivi e dopo attenta analisi di questa pubblicità, segnaliamo allo IAP!

di Valérie Donati

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

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Frequenze di Genere in onda su “Le Vocianti”

Grazie alla proposta del collettivo “Le Vocianti”, da oggi inizieremo a postare le puntate di Frequenze di genere anche sul loro sito.

Per chi non ci conosce, Frequenze di Genere è una trasmissione radio in onda su Radio Città Fujiko tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14. Le puntate monografiche affrontano  diversi temi utilizzando un’ottica di genere,  applicando cioè una chiave di lettura che  analizza  gli effetti che la cultura e le dinamiche interne alla società hanno sulle vite di donne e di uomini.
Sul nostro blog potrete trovare e scaricare tutte le puntate passate, conoscere gli argomenti di cui abbiamo parlato fino ad ora e  contattarci per partecipare alle nostre rubriche, segnalarci appuntamenti, proporre temi e collaborazioni.

La scorsa settimana abbiamo dato il via ad un ciclo di puntate su “Genere ed Educazione”, in collaborazione con il Centro studi sul Genere e l’Educazione (Csge) dell’Università di Bologna.  Partendo dalla culla ed arrivando fino all’adolescenza cercheremo di smascherare gli atteggiamenti stereotipati che si nascondo in un’educazione ritenuta generalmente neutra e paritaria dai genitori, educatori e adulti in genere, per capire come questa differenziazione vada poi ad influire sul comportamento di bambini e bambine, sulle scelte che compiranno e sul modo di percepire se stessi e le proprie potenzialità.

Potete ascoltare qui la prima puntata, in cui Elisa Truffelli del Csge ci ha parlato di genere ed educazione da 0 a 6 anni.
A breve la seconda, in cui si parla di bambine e bambini in età elementare: restate sintonizzati!

Buon ascolto e un GRAZIE ENORME a Le Vocianti.

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Il populismo, la democrazia e il femminile addomesticato

Rilanciamo l’articolo di Olivia Guaraldo pubblicato sul sito Italianieuropei.it

Nella società dello spettacolo il corpo delle donne è merce di scambio ed elemento rassicurante per l’identità maschile. Con la complicità del mondo femminile, il “populismo mediatico” degli ultimi vent’anni ha intrappolato la donna nel suo atavico ruolo di oggetto di piacere. È lecito allora chiedersi: come mai la lunga storia di lotte e di consapevolezza è stata cancellata nello spazio di uno spot?
Carpe diem Inutile negare il sollievo “epocale” provato da molte e molti all’uscita di scena di Silvio Berlusconi e delle schiere dei suoi volenterosi difensori – politici, culturali, mediatici. Tuttavia, come da più parti sobri intellettuali ci ricordano, il berlusconismo non è morto, e ci vorrà del tempo per sanare la lacerazione profonda da esso prodotta nella società italiana. Forse questo tempo del sollievo durerà poco, non solo per quegli impronunciabili sacrifici nascosti nelle lacrime della neo-ministra Elsa Fornero, ma anche per un compito simbolicamente altrettanto impegnativo, che incombe sul paese intero: raccontare e raccontarsi quello che è accaduto in questo paese negli ultimi vent’anni. Come è noto, il racconto costituisce la prima e più elementare forma di comprensione degli eventi, una sorta di prodromo della razionalizzazione o, come diceva Hannah Arendt, il modo più immediato che gli esseri umani hanno per riconciliarsi con la realtà.

L’arte del raccontare comporta tuttavia un rapporto diretto e condiviso con la memoria, una familiarità con lo scorrere del tempo, con il succedersi di eventi fra loro concatenati. Tutto questo è stato parzialmente abolito dal berlusconismo, che, da questo specifico punto di vista, coincide essenzialmente con una studiata abolizione del tempo, della dimensione storica e consequenziale dell’accadere, al fine di immergere la realtà nella sua totalità in un eterno presente, privo di memoria ma saturo di immagini mediatiche che celebrano la bontà e la giustezza del qui e ora.1 L’ottimismo berlusconiano non è altro che la versione morbida, secolarizzata e profana della teodicea: viviamo nel migliore dei mondi possibili, non c’è ragione per agire o pensare altrimenti.

L’eterno presente dell’epoca berlusconiana ha contagiato anche i suoi più acerrimi nemici, costretti a rincorrere il berlusconismo nelle sue acrobazie mediatico-politiche per “restare sul pezzo”, rendendoli spesso incapaci di uno sguardo d’insieme più radicale, meno effimero ed evenemenziale. Detto altrimenti: il berlusconismo si dice in molti modi, e ciascuno può avere una sua plausibilità, certo è che esso non si esaurisce e non si fa esaurire dalla cronaca, giudiziaria, politica o pettegola che sia. Esso affonda le sue radici in una dimensione storico-sociale più ampia, che necessita appunto di essere dispiegata, svelata, raccontata.

Per esorcizzare gli insidiosi spettri del berlusconismo sarebbe innanzitutto necessario trovare una lingua comune in grado di raccontare, agli italiani e alle italiane, la storia recente di questo paese, di dare forma a una narrazione che sia però anche un’auto-narrazione, un “esame di coscienza”. Saper raccontare, sapersi raccontare dentro e attraverso gli anni dell’ascesa potente della TV commerciale, della costruzione impercettibile e quotidiana di un immaginario collettivo nuovo, del confluire pericoloso e inesorabile di politica e spettacolo, della fine delle ideologie e del trionfo del nulla smaltato di paillettes dovrebbe comportare anche la capacità di situare tutto questo in una prospettiva cronologica, che sappia individuare un prima e un dopo, che scalzi il presente dalla pretesa di vigere eternamente. Le cose sono cambiate, le cose cambiano, le cose cambieranno. Raccontare significa apprendere la contingenza dell’accadere e dell’esistere, per riconciliarsi con essa quando il passato è doloroso, per auspicare un cambiamento quando il presente è insopportabile.
L’inenarrabile

Il 31 gennaio del 2011 Loredana Lipperini scriveva su “l’Unità”: «Ci sono molte cose che l’Italia non sa raccontare di se stessa», alludendo al fatto che la complicità di un paese intero (uomini e donne compresi) nei confronti del berlusconismo diventava, ai tempi della sua inevitabile crisi (e il 31 gennaio scorso la crisi era al suo apice anche grazie all’annunciata mobilitazione femminile di “Se non ora quando?”) un ricordo scomodo, ingombrante, appunto “inenarrabile”. Il rapporto tra presente e passato, indispensabile affinché ci possa essere racconto, è stato abolito dal berlusconismo, dalle sue innovative tecniche comunicative e persuasive, ma anche dall’incapacità della società contemporanea (non solo italiana) di rapportarsi in forma narrativa alla realtà e, nello specifico caso degli italiani, dal loro adeguarsi, volenterosi, al grande gioco seduttivo di imbonitori di varia natura: la nostra storia recente ci è stata sottratta, ed è stata trasformata in uno spot.

Al centro di questo spot sta il corpo femminile, oggetto di desiderio e simbolo di potere, strumento di persuasione, di ipnosi collettiva fatta di intrattenimenti quotidiani e di immagini martellanti, merce di scambio e di autopromozione, ultimo feticcio di un liberismo scambiato per libertà. Il berlusconismo rappresenta in fondo il risorgere audace di una Italia arcaica, patriarcale e misogina, camuffata sotto le mentite spoglie di una società iper-moderna: la sua novità consiste proprio nell’aver saputo brillantemente coniugare capitalismo e società dello spettacolo, innestando questi due capisaldi dell’iper-modernità sui resti sfilacciati di una società arretrata, se non altro in tema di libertà femminile. Detto altrimenti, il processo di spettacolarizzazione della politica – tipico dell’Occidente tutto, in epoca contemporanea – ha trovato in Italia un fertilissimo terreno su cui fiorire, un potente catalizzatore che ne ha determinato l’innovativa versione: “berlusconismo” è il nome che oggi diamo a una avanguardistica declinazione del “populismo nell’epoca della sua quotidiana riproducibilità mediatica”. Ed è a questo lavorio quotidiano, alla sua apparentemente innocua banalità da televendita che esso si è affidato per colonizzare spazi di vita e di immaginario, saturandoli entrambi.

La storia potrebbe iniziare da molto più lontano, dal pesante fardello misogino della cultura occidentale, ma non è con le grandi narrazioni epocali che la banalità mediatica della cultura di massa odierna può essere compresa. Il berlusconismo va letto e interpretato iuxta propria principia, cioè secondo quei modelli entro cui esso stesso si è pensato e costruito. Per comprendere quindi la storia recente e il lavorio quotidiano dell’immaginario di massa a matrice maschilista può forse essere utile guardare con occhio disincantato ai suoi albori: da “Colpo Grosso” al “Bagaglino”, da “Non è la Rai” a “Striscia la notizia” l’entertainment nostrano ha proliferato massivamente su corpi femminili quotidianamente scrutati, esibiti, sezionati dallo sguardo collettivo, pesantemente reificati nella loro sostanza carnale. Corpi muti ma loquaci nella loro funzione di segni: procaci e perfetti, disponibili e docili, essi alludono a una soggettività muta che tutta coincide con quella che Simone de Beauvoir definiva “l’alterità del femminile funzionale al maschile”, espressione innanzitutto di un ideale di bellezza che deve rispondere al destino di essere posseduta, deve avere le qualità passive di un oggetto.2Così facendo essa rafforza l’identità maschile, gratifica l’uomo e lo conferma in qualità di possessore esclusivo di tale bellezza, soggetto principe nell’universo simbolico e materiale della “lotta per il riconoscimento”. La donna è definita solo a partire dal suo rapporto con l’uomo, ella è l’oggetto sul quale il maschio proietta le sue speranze, paure, frustrazioni, gioie.3 Tuttavia, tale processo di rispecchiamento comporta una reciproca dipendenza tra maschile e femminile, una sorta di complicità di quest’ultimo nel meccanismo della propria subordinazione.
Il dispositivo della bellezza

In Italia, del resto, la persistente cultura patriarcale, rafforzata e “naturalizzata” dalla permanenza e dalla diffusione capillare di un certo immaginario cattolico,4 non ha avuto difficoltà ad assorbire e interiorizzare un immaginario mediatico costruito sui corpi delle donne. Inoltre, la preminenza della prospettiva dell’eterno presente a cui si faceva cenno sopra, l’esaltazione di un godimento di massa da esaudire “qui e ora” come versione banalizzata e consumistica dell’antico motto oraziano del carpe diem, è come se avesse convinto molti, e soprattutto molte, che le donne sono sempre state così, che in fondo il femminile a cui l’immaginario mediatico si rifà è quello sempre identico a se stesso di un bel corpo a disposizione, perché in fondo a tutti è chiaro che la bellezza è l’indispensabile viatico femminile alla realizzazione di sé. Cosa fanno in realtà i modelli preconfezionati del femminile televisivo e politico dell’era berlusconiana? Rafforzano (con in più la pervasività mediatica del modello, ineguagliabile per influenza rispetto ad altri modelli, in altre epoche) l’atavica idea che solo attraverso la bellezza il femminile possa uscire dal buio della sfera privata, per solcare la pubblica. Non è del resto un caso che la parola pubblica di questo femminile addomesticato sia spesso subalterna, docile, conservatrice.

Ma qual è il meccanismo che ha permesso di dimenticare, in maniera così massiccia, la libertà delle donne, audacemente conquistata, seppure provvisoriamente, durante gli anni Settanta? Cos’è che ha fatto sì che una storia di lotte e di consapevolezza fosse cancellata in poco tempo, e nello spazio di uno spot?

Una possibile spiegazione è forse rintracciabile in quello che Michel Foucault ha chiamato, in riferimento alle trasformazioni del potere in epoca contemporanea, il “dispositivo biopolitico”, una presa in carico (da parte di diversi agenti politici, sociali e culturali) dei corpi, materiale prezioso per un controllo sociale molto raffinato, determinato da meccanismi non repressivi ma produttivi.5 Il dispositivo biopolitico funziona in modo tale che i soggetti “governati” non sono semplicemente “dominati”, prigionieri della volontà altrui, bensì partecipano essi stessi all’attuazione delle norme che li costituiscono: la norma dice cos’è “normale” e cosa non lo è, e ciascuno, singolarmente ma in stretto rapporto con la dimensione collettiva, deve provvedere alla propria normalizzazione.

Tale dispositivo ha agito sui corpi delle donne in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto sui corpi in generale: il corpo liberato dal Sessantotto e dal femminismo è diventato il terreno privilegiato di una strategia di governo e di normalizzazione.

Entro questo abbozzo di comprensione, allora, potremmo collocare il femminile come “governato” dal dispositivo della bellezza. Cos’è una donna, in altre parole, lo dice la “normalità” della sua bellezza, postulata come tale da un dispositivo che non la vuole semplicemente “controllare” – com’era nel caso del vecchio regime patriarcale in cui la donna dipendeva dal volere del padre, del fratello o del marito – bensì produrre in serie come espressione di ciò che è familiare, rassicurante, disponibile e docile, normale appunto. Che tale normalità di una bellezza muta e a disposizione sia indispensabile al rafforzamento dell’identità maschile, come ci ricorda Beauvoir, complica ulteriormente la scena, ma non smentisce un assunto centrale dell’analisi: le donne sono state complici solerti nel gioco del loro stesso assoggettamento. La pensatrice francese lo diceva delle donne in generale, all’interno della cultura patriarcale dell’Occidente. In maniera forse meno roboante, guardandoci dalle generalizzazioni troppo facili e spostandoci dai miti indoeuropei di cui parlava Beauvoir alle trasmissioni trash nostrane, notiamo un andamento simile: una certa compiacente complicità del femminile “mainstream” nel farsi ingabbiare nel dispositivo della bellezza c’è e c’è stata. Ma tale complicità, spiegata da molti come un difetto psicologico, una propensione di alcune a essere più “mignotte” di altre, è banale e difettosa, anche perché colloca la questione ancora una volta entro una cornice in fin dei conti moralistica.
Politica, non moralismo

Il problema, complesso e controverso, di una libertà femminile scambiata per liberismo, di un corpo trasformato in merce o in oggetto, senza scarti, è tale non perché riguarda la morale. Troppo spesso le donne sono state le fedeli custodi di una morale a loro ostile, ospiti alienate di un discorso che le collocava sempre all’interno di un gioco di scambio dei loro corpi. Il problema del dispositivo normalizzante della bellezza docile, del corpo esibito, scrutato e scambiato sul mercato del potere, del denaro, dei simboli è innanzitutto politico.

C’è una costitutiva duplicità nel dispositivo che assoggetta il femminile attraverso la sua bellezza: centrale e fondante dell’identità maschile, il suo “altro”, essa resta tuttavia marginale, accessoria, di cornice per quanto riguarda la propria identità. Sul versante dell’identità femminile, quindi, ciò che la cultura “popolare” del berlusconismo ha in questi anni elaborato, veicolato e diffuso con la potenza inedita dei mezzi di comunicazione di massa è stata la “naturalizzazione” della donna nei panni di un corpo a disposizione. Come se non ci fossero altre “identità” disponibili per il femminile, se non l’eterno alter ego della prostituta, e cioè la moglie/madre (altro luogo simbolico di pesante “naturalizzazione”).

La questione della “naturalizzazione” si è ulteriormente rafforzata all’interno di un codice linguistico dell’auto-imprenditorialità e del liberismo economico (i quali, sempre secondo Foucault, sono un’ulteriore declinazione del paradigma del “governo del vivente”) per cui la subordinazione è resa invisibile e indicibile. I corpi delle donne non sono più protetti dal patto patriarcale e dal rigido protezionismo che ne regolava lo scambio (dal padre al fratello, dal padre al marito), ma circolano liberamente nel mercato del sesso e del potere, come una sorta di traffico illecito di esseri umani dove però lo sfruttamento è difficile da individuare, da nominare, intrappolato com’è nelle maglie della stessa soggettività che si pretende “libera”. Ecco perché la questione è politica e non morale: il linguaggio che dice questi corpi, forgiato nei dispositivi normalizzanti del neoliberismo e dell’auto-imprenditorialità, impedisce il conflitto, la critica, la trasformazione. Resta solo un’inclusione docile, un disciplinamento delle forze vitali, una normalizzazione biopolitica. Come uscire dal dispositivo normalizzante e riappropriarci dei nostri corpi? Fino a qui la narrazione è stata scomoda e frustrante, tuttavia necessaria. Ci sono però molte altre narrazioni in corso, sotterranee e poco visibili, ma progressivamente emergenti nel panorama di un paese che sta cambiando. Non godono della quotidiana esposizione mediatica che invece spetta ai corpi addomesticati e normalizzati, ma lavorano dal basso e sono espressione di corpi desideranti e pensanti,6 di corpi che si sono ricongiunti miracolosamente con le loro anime, hanno voce e voglia di rimettere al centro della vita del paese e delle vite individuali la politica, come capacità di azione, di cambiamento, di libertà. Il nostro compito è quindi quello di raccontare a noi stesse e alle altre una storia che parli della nostra frustrazione ma anche della nostra voglia di libertà e di iniziativa, che incoraggi ad avere più a cuore il pubblico del privato, più il corpo politico del corpo addomesticato, più l’intelligenza della bellezza, per parafrasare, ribaltandola, una nota frase che è espressione perfetta di una strategia di “normalizzazione” del femminile. Per resistere ad essa serve il nostro coraggio, la virtù politica per eccellenza, che ci sottragga all’eterno presente di un oggi immodificabile e ci proietti in un futuro diverso e non troppo lontano.

 


 

 

[1] Sulle implicazioni nichiliste di questa glorificazione dello status quo si veda C. Chiurco, Il nulla in casa. Il berlusconismo tra nichilismo compiuto e balcanizzazione dell’Occidente, in Chiurco (a cura di), Filosofia di Berlusconi. L’essere e il nulla nell’Italia del Cavaliere, Ombre Corte, Verona 2011, pp. 72-96.

[2] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 1999, p. 205.

[3] Ivi, p. 164.

[4] Sulle molte possibili letture del corpo femminile all’interno della tradizione cristiana, trascurate e oscurate da una visione fondamentalmente misogina del corpo femminile abbracciata dalla Chiesa cattolica in tempi recenti si veda M. Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011.

[5] M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 1998. Per una esaustiva e chiara trattazione del pensiero di Foucault, si veda anche L. Bernini, Le pecore e il pastore, Liguori, Napoli 2008.

[6] Si veda F. Giuliani, Il peso del corpo (Like a Train on a Track), in “Italianieuropei”, 10/2011.

 

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SocialArt#1-The Pink and Blue Project

Il numero 931 della rivista Internazionale pubblica alcune immagini tratte da The Pink and Blue Project dell’artista sudcoreana JeongMee Yoon. Incuriosita dalla spiccata preferenza di sua figlia per il colore rosa, ha messo insieme peluche, bambole, giocattoli, libri ed accessori rosa della sua bambina di 5 anni e li ha fotografati nella sua cameretta.

Dopo essersi resa conto che la preferenza per questo colore é di fatto comune a bambini di gruppi etnici e culture differenti, ha deciso di fotografare anche bambine di altri paesi, alcune a distanza di anni, come le gemelline Lauren e Carolyn.

Le vediamo nel 2006, così piccole da confondersi tra i pupazzi, perse in un mare di vestiti ed accessori rosa, alcuni dei quali assolutamente inutili, come il boudoir di plastica sulla sinistra. Le rivediamo tre anni dopo nella stessa cameretta dalle pareti verde pisello, in uno spazio saturo di oggetti e pressoché monocromatico.

Nel tripudio di abiti, nella ridondanza di accessori (tre paia di ciabattine a testa, due delle quali col tacco) manca l’aria. L’assenza di spazio è palpabile.

Quello che angoscia è il monocromatismo delle immagini e, più che la dominanza di un unico colore, l’assenza di tutti gli altri.

Secondo lo psicologo svizzero Max Lüscher, i colori sono emozioni dirette, una porta sul mondo interiore delle persone.  Scegliamo o rifiutiamo un colore in base al nostro stato psicofisiologico, Quindi, in base alle preferenze e ai rifiuti, e’ possibile dedurre lo stato psichico e fisiologico della persona. Nel test dei colori Lüscher le combinazioni con cui i colori possono essere scelti sono numerosissime ed e’ dall’analisi delle varie inter-relazioni che emerge l’individualita’ del soggetto.

La preferenza di molte bambine per lo stesso colore e la permanenza di questa preferenza nell’arco dell’intera infanzia allarmano non tanto perché quel colore è il rosa, ma per l’omologazione e la rinuncia ad esprimersi con tutti i colori, al variare dell’età o anche del proprio stato d’animo.

I colori sono associati ai generi in modo convenzionale e nello specifico, i binomi rosa-femmina e azzurro-maschio sono un’invenzione dell’ultimo secolo ed il risultato di un curioso rovesciamento delle convenzioni precedenti. Un tempo il rosa era un colore associato al maschile, essendo una versione annacquata del rosso, colore tradizionalmente associato al concetto di potenza. Il blu al contrario era associato al femminile e le numerose Madonne dal mantello blu lo confermano.

Nel 1914, The Sunday Sentinel, un giornale americano raccomandava alle mamme di usare il rosa per i maschi ed il blu per le femmine nel rispetto delle convenzioni.

Successivamente la moda e la pubblicità, con l’immenso potere di influenzare i gusti dei consumatori hanno imposto questi due colori come standard di genere. Anche se i ragazzi non hanno una preferenza marcata per il blu, si ritrovano circondati da oggetti e vestiti blu, per il semplice motivo che é ciò che trovano nei negozi.

Le foto di JeongMee Yoon sollevano altre domande. Nella prima foto é evidente che, vista l’età, le cose rosa di Lauren e Carolyn sono state acquistate da altri, genitori o adulti in genere, i quali hanno scelto, si fa per dire, l’ennesima cosa rosa in un negozio dove la merce in vendita é divisa per genere, cose rosa e cose blu. Viene da chiedersi allora se la supposta preferenza delle bambine per il colore rosa possa davvero dirsi spontanea o sia indotta dalla sovraesposizione ad un modello stereotipato di femminilità creato per vendere e rappresentato visivamente, e proprio per questo accessibile a qualsiasi età, dal colore rosa.