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Grazie alla sentenza della cassazione torneremo al 1986?

“nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure”

Sono le parole con cui, oggi, la consulta ha concesso a due ragazzi colpevoli di stupro una pena alternativa a quella del carcere, normalmente prevista dalla legge.

Da oggi chi stupra in Italia sa che non è detto che dovrà scontare una pena in carcere, da oggi il reato di stupro è nuovamente un reato di secondo piano, una atto per cui il carcere non è obbligatorio, purché lo si faccia in gruppo!

Solo dal 1986, con l’abolizione del Codice Rocco,  si era passati a considerare la violenza sessuale un reato contro la persona e non più contro la morale. Dopo poco più di vent’anni si decide nuovamente di depotenziarlo, diminuendone nei fatti il deterrente e avvalorandone una percezione di minore gravità.

Ma l’assurdo è proprio che la cosa si applica se lo stupro avviene in gruppo… Quindi chi vuole rovinare la vita di un’alta persona è sufficiente che si armi di altri volenterosi per evitarsi il carcere.

Depotenziare le pene sul reato di stupro, in un mondo in cui la percezione del corpo altrui è sempre di più quella di un oggetto alla mercé di chi vuole usarlo è quanto di più sbagliato si possa fare, ed è un atto che non va fatto passare inosservato.

Ne parlano anche:

Femminsimo a Sud

 

 

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Servidori
Associazione Hamelin

Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori, guide bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?
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Le parole fanno male #3

Love slaves (foto di VanessaO)

Love slaves (foto di VanessaO)

 

A me la parola passione suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate – la musica, il buon cibo, l’arte, la lettura, il calcio, il lavoro – oppure nuove: cosa c’è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione “per” qualcosa di appena scoperto? Poi succede spesso di descriversi attraverso le passioni: “Ah, io ho la passione del…” e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi “ha la stessa mia passione per…”?

La storia della parola però non è tanto allegra. Passione viene da “patire”; il suo etimo racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, “passionale“, è spesso accostato a un’altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: “delitto”.

Cosa s’intende con l’espressione “delitto passionale”? Non c’interessa qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l’ha commesso. A cosa vengono accostate queste parole sui giornali, sul web? Ecco un recente esempio.

E’ il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti – soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico.

Cosa ci sia di “passionale” in questo delitto io non lo capisco, né l’ho mai capito. Nel senso: capisco a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe giustificare una condotta omicida. Dico “giustificare” perché la presenza della passione è considerata un’attenuante dell’azione omicida – dalla legge – e dell’efferatezza dell’omicidio – per l’opinione pubblica.

Basta leggere le notizie di cronaca riportate in questo sito per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l’eccezione. Eppure la dicitura “delitto passionale” continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell’uso a definire tutti i delitti nei quali c’è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. E io non credo che dovrebbe essere così, perché quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto “passionale”.

Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca – e non delle complicate battaglie legali che ne seguono – si fa uso di alcuni termini come “delitto passionale”, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E’ stata proposta, per molti di questi casi, la parola “femminicidio”, e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l’onestà della comunicazione dei fatti accaduti.

Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome; a me non sta affatto bene associare la mia passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione. Né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l’opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; fose, considerando l’evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così denominati “delitti passionali”.

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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 2

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione

Intervento di Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Barbara Spinelli, Avvocata e attivista per i diritti delle donne.
La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne e sull’implementazione della legge nazionale dei diritti delle donne.
Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, prodotta dalle Nazioni Unite nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”.
È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.
Il suo intervento si concentra sull’analisi delle raccomandazioni che la Commissione Cedaw  ha formulato nei confronti dell’Italia e sui principali aspetti emersi rispetto all’applicazione dei provvedimenti contenuti nell’articolo 5 della Convenzione Cedaw, che riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.
Barbara Spinelli ha spiegato che il problema legato alla rappresentazione pubblica della donna è un problema di dignità e non di morale e che, come tale, diventa un problema di tipo giuridico, non personale, ma collettivo. Le pubblicità infatti sono costruite sulla rappresentazione del ruolo della donna nella società e non solo sull’immagine del loro corpo, questo significa che la violenza e la discriminazione di genere trovano terreno fertile nel ruolo tradizionale che viene attribuito alla donna nella nostra società.
Emerge dall’intervento di Barbara Spinelli, che passa in rassegna diversi aspetti della rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei mezzi di comunicazione, che non siamo educati a riconoscere la discriminazione sulle donne, perché manca la percezione che certe pratiche siano lesive della dignità. In generale, in Italia, permane una grande adesione a certi tipi di immaginario che vedono la donna inscritta e imprigionata dentro un ruolo. In questo modo si rafforza e si ripropone un tipo di immaginario radicato anche se obsoleto che nel nostro paese viene largamente condiviso.
Fra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni del Cedaw, emerge la necessità di realizzare uno studio per il rilevamento di come lo stereotipo di genere sia diffuso fra i giovani, gli anziani, i professionisti e i politici. Un’analisi di questo tipo permetterebbe di fare emergere numerosi aspetti sui quali lavorare per scardinare meccanismi che ledono le donne.
Le raccomandazioni del Cedaw incoraggiano inoltre l’Italia ad elaborare un programma di sensibilizzazione, che coinvolga il più possibile i fruitori dei messaggi, ma anche coloro che li producono (mass media , agenzie pubblicitarie, agenzie di comunicazione).
Resoconto di Valérie Donati
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Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno

Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:

Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione
Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 

Introduzione di:
Valérie Donati – Collettivo Le Vocianti

Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.

Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?

Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.

La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.

Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.

Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?

Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.

Iniziamo i lavori con un brevissimo video che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.

Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.

C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.

Cosa vediamo in queste immagini?

1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.

2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.

3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.

4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.

Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale, giuridica o politica?

Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.

Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.

Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.

E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.

L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.

Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!

Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.

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La Vie en Rose


Prodotto dall’associazine Donne Pensanti per supportare la riflessione e il lavoro di elaborazione critica sul tema dell’uso del corpo femminile nelle pubblicità, è stato realizzato il primo di una serie di brevi video. Il video realizzato, dal titolo “La vie en rose”, ha come obiettivo di attirare l’attenzione su un certo tipo di pubblicità che utilizza immagini violente e suggerisce un modello di relazione fra uomini e donne basata sul potere e sulla sottomissione.

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Convegno: Gabbia di sguardi. Stereotipi di genere nella comunicazione

Il collettivo Le Vocianti dell’Associazione Donne Pensanti organizza

sabato 14 gennaio
Sala dello Zodiaco Via Zamboni 13 Bologna

Gabbia di sguardi.
Stereotipi di genere nella comunicazione

Ne parliamo con:

Barbara Spinelli
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW

Elisa Coco
Comunicattive

Mariangela De Gregorio, Anna Bestetti, Giulia Turrini
Frequenze di Genere

Barbara  Servidori, Stefania Prestopino
Associazione Hamelin – collettivo Le Vocianti

Ico Gasparri
Artista Sociale, Fotografo

Ilaria Caprioglio
Avvocata e scrittrice, ex-modella

coordina Valèrie Donati,

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APPELLO PER ADAMA: UNA STORIA, MOLTE VIOLENZE

Rilanciamo e invitiamo a sottoscrivere, l’appello per Adama rinchiusa nel CIE (Centro Identificazione ed Espulsione) di Bologna perché non in regola con i documenti di soggiorno.
Adama è stata portata al CIE dopo che si era rivolta ai Carabinieri per denunciare le ripetute violenze subite dal suo “compagno”.

Il tetso dell’appello delle associazioni Migranda e Trame di Terra

Pubblichiamo questo appello in occasione della giornata mondiale contro la violenza sulle donne. Per adesioni scrivete a migranda2011@gmail.com

Adama è una donna e una migrante. Mentre scriviamo, Adama è rinchiusa nel CIE di Bologna. È rinchiusa in via Mattei dal 26 agosto, quando ha chiamato i carabinieri di Forlì dopo essere stata derubata, picchiata, stuprata e ferita alla gola con un coltello dal suo ex-compagno. Le istituzioni hanno risposto alla sua richiesta di aiuto con la detenzione amministrativa riservata ai migranti che non hanno un regolare permesso di soggiorno. La sua storia non ha avuto alcuna importanza per loro. La sua storia – che racconta di una doppia violenza subita come donna e come migrante – ha molta importanza per noi.

Secondo la legge Bossi-Fini Adama è arrivata in Italia illegalmente. Per noi è arrivata in Italia coraggiosamente, per dare ai propri figli rimasti in Senegal una vita più dignitosa. Ha trovato lavoro e una casa tramite lo stesso uomo che prima l’ha aiutata e protetta, diventando il suo compagno, e si è poi trasformato in un aguzzino. Un uomo abile a usare la legge Bossi-Fini come ricatto. Per quattro anni, quest’uomo ha minacciato Adama di denunciarla e farla espellere dal paese se lei non avesse accettato ogni suo arbitrio. Per quattro anni l’ha derubata di parte del suo salario, usando la clandestinità di Adama come arma in suo potere.

Quando Adama ha dovuto rivolgersi alle forze dell’ordine, l’unica risposta è stata la detenzione nel buco nero di un centro di identificazione e di espulsione nel quale potrebbe restare ancora per mesi. L’avvocato di Adama ha presentato il 16 settembre una richiesta di entrare nel CIE accompagnato da medici e da un interprete, affinché le sue condizioni di salute fossero accertate e la sua denuncia per la violenza subita fosse raccolta. La Prefettura di Bologna ha autorizzato l’ingresso dei medici e dell’interprete il 25 ottobre. È trascorso più di un mese prima che Adama potesse finalmente denunciare il suo aggressore, e non sappiamo quanto tempo occorrerà perché possa riottenere la libertà.

Sappiamo però che ogni giorno è un giorno di troppoSappiamo che la violenza che Adama ha subito, come donna e come migrante, riguarda tutte le donne e non è perciò possibile lasciar trascorrere un momento di più. Il CIE è solo l’espressione più feroce e violenta di una legge, la Bossi-Fini, che impone il silenzio e che trasforma donne coraggiose in vittime impotenti.

Noi donne non possiamo tacere mentre Adama sta portando avanti questa battaglia. Per questo facciamo appello a tutti i collettivi, le associazioni, le istituzioni, affinché chiedano la sua immediata liberazione dal CIE e la concessione di un permesso di soggiorno che le consenta di riprendere in mano la propria vita.

Migranda

Associazione Trama di Terre

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VI Edizione Festival La Violenza Illustrata

Stamattina alle undici sono andata in Comune per la conferenza stampa di presentazione del Festival La violenza illustrata, VI edizione – 8 novembre, 3 dicembre 2011. Quest’anno il titolo del festival è Limite di sopportazione .

C’è un limite di sopportazione che molte donne superano quando si trovano incastrate in rapporti che sono fatti di sopraffazione e umiliazione, di violenza e discriminazione [...]E’ questo limite che la Casa delle donne vuole portare sotto gli occhi di tutti, quello di una guerra silenziosa che continua ogni giorno a mietere vittime, assumendo le proporzioni di una strage.

Così si legge nella presentazione del festival.

Durante questo mese vorrei segnalarvi alcuni degli eventi proposti  – 35 in tutto – nel ricco programma che potete scaricare sul sito della Casa delle donne, che coinvolgono luoghi e soggetti del territorio bolognese e della sua provincia: ci saranno convegni, mostre, proiezioni, eventi teatrali, presentazione di libri.

Stamani è stata anche l’occasione per presentare i dati di attività della Casa delle donne dal 2009 ad oggi e scorrendo i dati vi assicuro che hanno fatto miracoli tenendo presente i continui tagli che da anni colpiscono i centri anti violenza in Italia: al 31 ottobre 2011, 526 donne hanno trovato sostegno per la violenza subita e 11 sono stati i nuovi ingressi nei tre appartamenti a indirizzo segreto per un totale di 16/18 posti letto, a cui vanno aggiunti i 4 alloggi “di transizione”: in questi luoghi le donne passano un periodo di tempo dopo la casa rifugio, poichè spesso non riescono ad avere una casa ai prezzi di affitto di mercato.

E’ stato inoltre presentato un progetto molto interessante  “Youth4Youth – Promuovere la sensibilizzazione nella prevenzione della Violenza di genere tramite l’educazione tra Pari”, progetto che coinvolge 5 partner europei e che nella città di Bologna ha coinvolto 490 studenti di 5 istituti superiori. Nella prima fase del progetto è stato dato un questionario e sono stati avviati focus groups: su un età media di 16 anni e mezzo il 70,5% dei maschi e il 66% delle femmine pensa che “Alla maggior parte delle ragazze piace esibire il proprio corpo”; il 75% dei maschi ritiene che “ E’ normale che un ragazzo spinga una ragazza ad avere rapporti sessuali se si frequentano”; il 70% dei maschi pensa che “Se un ragazzo diventa veramente geloso della sua ragazza significa che lui ci tiene a lei”, ma risulta anche che le femmine in generale tendono a giustificare la violenza più che i maschi.

Questi sono alcuni dei dati emersi in questa prima fase, a cui seguiranno interventi di educazione tra pari per la sensibilizzazione degli studenti sul tema della violenza di genere e una successiva campagna di sensibilizzazione e divulgazione dei dati emersi.

Inoltre, visto che hanno poche cose da fare, la Casa delle donne ha inoltre presentato il volume “Un posto per ricominciare. un ventennio con la Casa delle Donne” di Chiara Cretella, autrice del volume e responsabile del Festival e dell’ufficio promozione della Casa delle donne.

Per cominciare, oggi vi segnalo giovedì 10 novembre dalle ore 8,45 alle 13,00 presso la sala delle conferenze del quartiere Santo Stefano, il convegno “Carlotta osserva tutto: bambini tra genitorialità e violenza domestica – Riflessioni sui 10 anni di attività del Servizio minori della Casa delle donne”. Come hanno detto stamani Silvia Carboni, responsabile Servizio Minori Casa delle donne, e Angela Romanin, responsabile Formazione Casa delle donne, oltre alle circa 600 alle donne che si sono rivolte alla casa delle donne quest’anno, ci sono i bambini, vittime di abusi e maltrattamenti quanto le loro madri, vittime di violenza assistita. Proprio su questo tema verte la veste grafica del festival

L’immagine che abbiamo scelto per l’edizione 2011 rimanda al limite di velocità imposto nelle strade e anche ai segnali di attraversamento pedonale e scolastico. Il riferimento suggerisce la possibilità delle donne di scappare e uscire da situazioni di violenza domestica.

Insieme ai propri figli: nel 2010 sono stati 21 i nuovi ingressi nelle 3 case rifugio, 24 seguiti con interventi specializzati con i minori ospiti delle case rifugio,  4 i minori vittime di violenza seguiti per sostegno psicologico e 55 hanno intrapreso un percorso di sostegno psicologico alle madri e ai genitori di minori vittime di violenza domestica e/o extrafamiliare e per un sostegno psicologico alle donne che hanno subito abuso sessuale nell’infanzia. Al convegno sarà presente, tra gli altri, Maria Agnese Cheli, responsabile de Il Faro Centro Specialistico provinciale contro i maltrattamenti all’infanzia dell’AUSL di Bologna.

Rashid Pistone, un bimbo di due anni ucciso insieme alla madre il 6 febbraio scorso a Bologna: Ilham Azounid, mentre era incinta, aveva trovato protezione presso la nostra struttura.

A lui, ai bambini, alle bambine, a tutte le donne che subiscono violenza, dedichiamo questo festival.

Nel 2010 il limite di sopportazione è stato superato per 127 donne, che ora non ci sono più, solo nella nostra regione dall’inizio di quest’anno sono già 11 le vittime di femicidio. Stamani alla conferenza stampa non ho purtroppo visto le testate principali, non era presente alcuna TV, nonostante i numeri parlino da soli, nonostante le volontarie, le educatrici e le professioniste della Casa delle donne facciano i salti mortali, nonostante il Rapporto ombra sull’attuazione della Cedaw ( Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne ) e delle raccomandazioni che il comitato ha recentemente inviato al Governo italiano, nonostante l’attività della rete con iniziative come Donne Pensanti, il limite di sopportazione non sembra mai essere abbastanza.

Per quanto mi riguarda io di sopportazione non ne ho più, se anche voi la pensate così, non state a casa a indignarvi, venite agli eventi del festival per dire anche voi che la misura è colma.

Scarica il programma del festival

A chi rivolgersi per chiedere aiuto:

Casa delle Donne per non subire violenza di Bologna – ONLUS
Via dell’Oro3, 40124 Bologna
Accoglienza Tel. 051 333173
Uffici Tel. 051 6440163
Fax 051 3399498
info.casadonne[at]women.it
www.casadonne.it
 
 
Da tutta Italia puoi chiamare il 1522
La mappa dei centri anti violenza in Italia

 

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Centri antiviolenza a rischio chiusura, causa manovra finanziaria italiana? Il parere di Titti Carrano

Titti  Carrano avvocata di  Differenza donna (Roma) dall’11 settembre scorso, è la nuova presidente dell’associazione nazionale D.i.re (Donne in rete contro la violenza); l’associazione è stata fondata nel 2008 per dare maggiore forza e visibilità ai centri antiviolenza, e nei mesi scorsi ha lanciato l’allarme per il rischio di chiusura di alcuni Centri antiviolenza che operano da due decenni in Italia, a causa dei tagli al welfare del Governo. Un momento difficile e impegnativo che si appresta ad affrontare con molta determinazione.

L’obiettivo di D.i.Re – spiega Titti Carrano – è di essere più forte e diventare sempre  più un punto di riferimento politico dei centri antiviolenza e ideare linee politiche nell’ottica del pensiero della differenza di genere. L’associazione si impegnerà in particolare per fare emergere le difficoltà che molti centri, troppi, hanno in varie parti d’Italia. Una problematica da affrontare è nel Piano Nazionale contro la violenza alle donne che non specifica che cos’è un Centro antiviolenza, e quali sono le sue specificità, e non valorizza il lavoro che i  Centri hanno fatto in vent’anni non solo per il sostegno alle vittime, ma per un cambiamento culturale. Il rischio è che qualunque ente o associazione impegnata nel sociale ma senza alcuna esperienza specifica, possa partecipare a bandi o accedere ai finanziamenti di progetti contro la violenza, inserendo nel proprio statuto la finalità del contrasto alla violenza alle donne.

Il Piano nazionale contro la violenza di genere e lo stalking redatto dal Ministero delle Pari Opportunità, è stato approvato nell’autunno del 2010 e presentato alla Camera dei deputati. E’ un documento che i Centri antiviolenza aspettavano da anni, ma è risultato essere una risposta inadeguata alle aspettative delle associazioni che lavorano sul campo anche perché non è  fatta alcuna specificazione sulle risorse e i finanziamenti da erogare a contrasto del fenomeno.

D.i.Re – continua Titti Carrano – ha partecipato alla stesura del rapporto per la Conferenza della Cedaw, la convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, adottata dall’Onu nel 1979, e a cui l’Italia ha aderito. Le  conclusioni  sull’attuazione delle  politiche e delle azioni istituzionali contro la violenza alle donne nel nostro Paese sono sconfortanti.  L’Italia si distingue in negativo. Manca ancora una raccolta nazionale  dati statistici sulla violenza alle donne. L’unica ricerca  è quella condotta dalla Casa delle donne per non subire violenza di Bologna, che raccoglie la rassegna stampa sui femminicidi, quindi è evidente che molti casi non vengono registrati. Il Governo italiano, è l’unico in Europa, a non raccogliere i dati sul femminicidio e non è in grado di estrapolare il dato delle donne vittime di violenza familiare da quello delle donne vittime di criminalità. L’ultima indagine Istat è del 2006 ed è ormai datata. Il Governo italiano è stato invitato a formare le forze dell’ordine e a ratificare la convenzione del Consiglio d’Europa sugli interventi e strumenti sociali e legali sulla violenza alle donne, istituire un numero di Case Rifugio adeguato al fenomeno, percorsi specifici affinché le vittime possano accedere alla giustizia e sostegno alle donne richiedenti asilo e immigrate; a questo proposito, a causa della legge Bossi-Fini e la legge sul pacchetto sicurezza, le donne straniere vittime di violenza sono in grande difficoltà se vogliono denunciare maltrattamenti. I tribunali, i servizi sociali e la polizia hanno infatti l’obbligo di segnalare all’autorità competente la presenza di clandestini.

L’altro punto dolente è quello della rappresentazione  della donna in Italia, non solo per come viene proposta nei Mass Media, ma anche per come  viene percepita nella società italiana; il comitato della Cedaw ha condannato duramente l’Italia per gli stereotipi di genere che sviliscono le donne.

Il prossimo appuntamento importante  organizzato da D.i.re – conclude -  sarà la XIIIa Conferenza Internazionale contro la violenza di genere della rete Wave (Women Against Violence Europe)  che si terrà a Roma l’11, il 12 e il 13 ottobre.