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	<title>Le Vocianti &#187; Accenti</title>
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		<title>Potenza di corpi dissonanti. 2. Questioni di lingua</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 13:38:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Cavalieri</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accenti]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.levocianti.it/2012/02/potenza-di-corpi-dissonanti-2-questioni-di-lingua/zoe-gruni-8/" rel="attachment wp-att-3212"><img class="aligncenter size-full wp-image-3212" title="Zoe Gruni" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/02/Zoe-Gruni7.jpg" alt="" width="720" height="540" /></a></p>
<p>Mi piace come tutta questa neve, che continua a scendere smisurata e incurante, abbia innescato anche <strong><a href="http://giovannitaurasi.wordpress.com/2012/02/02/le-pale-dei-vecchi-nella-siberia-demilia-di-michele-smargiassi-da-la-repubblica-del-2-febbraio-2012/">una serie di considerazioni socio-antropologiche</a></strong>, perché la sua straordinarietà irrompe nel nostro quotidiano sconvolgendone le abitudini, e ci rimanda col pensiero a eventi analoghi, inevitabilmente lontani nel tempo, ancora più lontani perché l’accelerazione dei ritmi comporta una contrazione della memoria storica che tende ad appiattirsi sul presente, per cui i fatti invecchiano e spariscono a velocità innaturali.</p>
<p>Riflettere sulle trasformazioni del senso comune, allora, non è tempo perso: non lasciamoci ingannare dalle urgenze di una realtà strozzata nelle maglie di una crisi economica gravissima, in cui sempre più emergono disagi e bisogni legati alla mera sussistenza, non lasciamoci ingannare pensando che tutto ciò che riguarda l’ordine simbolico, la percezione e l’interpretazione della realtà, abbia a che fare con una sovrastruttura temporaneamente accantonabile perché abbiamo problemi più seri a cui pensare. <span id="more-3192"></span></p>
<p>È, anzi, proprio in questi momenti di emergenza che gli anticorpi si abbassano e che le civiltà rimbalzano indietro: un “rinculo” che si misura in sostanziali perdite nel campo dei diritti, aumento delle discriminazioni e della violenza, imbarbarimento nelle relazioni tra gli individui, che spesso trovano riflesso e incentivo sul piano istituzionale. È proprio in questi momenti, credo, che soprattutto dobbiamo tenere alta la guardia, continuando a interrogarci e a mettere in discussione la società in cui stiamo e che siamo.</p>
<p>Scriveva nel 1981, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Luisa_Muraro">Luisa Muraro</a>, “<strong>Se l’ordine sociale riesce ad avere un consenso che non è direttamente proporzionale agli interessi da esso tutelati, credo che in qualche misura c’entri l’incapacità di inventare autonomamente il senso del proprio esistere</strong>” (<a href="http://www.manifestolibri.it/vedi_brano.php?id=316"><em><strong>maglia o uncinetto – racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia</strong></em></a>, p. 88)</p>
<p>Intrappolati tra i roboanti modelli che ci vengono sistematicamente riproposti a ogni istante delle nostre giornate concitate e distratte, da un lato, e, dall’altro, quella che Muraro chiama una “stereotipata anima arcaica” (87) – come a dire che lo stereotipo non si cura per via puramente essenzialistica, rifacendosi a una presunta autenticità ancestrale – lasciamo che ci vengano cucite addosso proiezioni estranee alla nostra personale evoluzione, rappresentazioni pre-confezionate che in fondo non ci riguardano ma che ci condizionano a tal punto da alienarci da noi stessi (sto strategicamente usando il maschile neutro ma ammetto che ciò mi costa fatica perché, ovviamente, il condizionamento dei modelli imposti non è certo equamente distribuito fra i generi).</p>
<p>Per scardinare gli automatismi a cui il sistema ci ha assuefatti occorre allora continuare a scavare nel linguaggio, smascherandone le mistificazioni e le collusioni più o meno consce e restituendo espressione a quelle eccedenze che il contesto avverso vorrebbe far dimenticare o, al limite, fagocitare, snaturandole e neutralizzandone la potenza.  Un terreno fertile ma da dissodare, visto che quanto affermava <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Illich"><strong>Ivan Illich</strong></a> più di 40 anni fa,  e cioè che il sistema in cui ci ritroviamo “provoca la degradazione di tutte le lingue, e diventa difficilissimo trovare le parole che parlino di un mondo opposto a quello che le ha generate”, è oggi vero all’ennesima potenza.</p>
<p>In <em>maglia o uncinetto</em> Luisa Muraro analizza la conflittualità che nel nostro ordine simbolico si è istaurata fra i due poli che costituiscono, secondo quanto scrive <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roman_Jakobson"><strong>Jakobson</strong></a> nel suo<a href="http://books.google.it/books?id=Gx_5FAv9-QcC&amp;pg=PA22&amp;lpg=PA22&amp;dq=jakobson+saggio+sull%27afasia&amp;source=bl&amp;ots=H2_9eF7fEi&amp;sig=EC4ItPOy7PUhCpAI5Z1uv6HDtwg&amp;hl=it&amp;sa=X&amp;ei=jHUqT7HXJan54QTnwbnFDg&amp;ved=0CCMQ6AEwAA#v=onepage&amp;q=jakobson%20saggio%20sull%27afasia&amp;f=false"><strong> saggio sull’afasia</strong></a>, “il duplice carattere del linguaggio”: il polo metaforico, delle somiglianze a distanza, e il polo metonimico, delle contiguità e del contatto, mettendo in evidenza come la nostra civiltà abbia tradizionalmente dato maggior rilievo e prestigio al polo metaforico. Questa malcelata predilezione per il metaforico la filosofa la collega alla predisposizione dilagante, nel pensiero occidentale, alla generalizzazione e all’astratto e, sul piano politico, al prevalere di sistemi, detti democratici, un tempo basati sulla rappresentanza ma che, oggi più che mai, sono soprattutto sistemi basati sulla rappresentazione, una rappresentazione veicolata, e spesso distorta e banalizzata, dai mass-media. Rappresentanza e rappresentazione sono, appunto, concetti metaforici, perché si basano su una opinabile somiglianza tra rappresentante e rappresentato e non sul loro contatto: la loro natura eminentemente metaforica contribuirebbe in misura determinante alla generale “perdita di senso e di presa sulla realtà” (Muraro, 35) che contraddistingue il nostro tempo. Partendo da queste premesse, il saggio delinea, con uno stile fatto di salti più per “confinità” che per affinità, una proposta di “guerriglia linguistica” che, riportando l’accento sul corpo, la materia, le contaminazioni ubertose, fatte per vicinanza e non per presunte somiglianze fra entità lontane e impermeabili, si adoperi per contrastare l’aggressione omologante, che il linguaggio egemone, con i suoi stereotipi martellanti e insidiosi, contribuisce massicciamente a consolidare. Nel regime dell’ipermetaforicità ci ritroviamo davanti una strana immagine di noi stessi, un simulacro costruito altrove, al punto che davvero stentiamo a riconoscerlo, ma che ci viene fatto credere che siamo proprio noi, tanto che ci accaniamo per identificarci con lui, alienandoci. Il regime dell’ipermetaforicità, tra l’altro, ci restituisce noi stessi privandoci di qualcosa di prezioso: la perdita del legame tra sapere e piacere (v. Muraro, 90 e 98). Fondamentale diventa allora riprendere coscienza dei propri desideri, riattivare “la produttività simbolica della materia”, far sì che i corpi “tagl<em>ino</em> di traverso l’espansione del metaforico” tornando ad additare le cose, a spezzare i linguaggi dominanti e portando alla parola esperienze finora mute.</p>
<p>Proprio da questa istanza prende vita lo spettacolo ormai notissimo di <strong><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Eve_Ensler">Eve Ensler</a></strong> sui <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/I_monologhi_della_vagina"><strong>Monologhi della vagina</strong></a>: scorci di vite femminili dalla prospettiva inedita di quello che, anche fisicamente, sarebbe il centro del nostro corpo, un centro rimosso però, marginalizzato, troppo spesso oscurato, dimenticato nell’oblio, inascoltato nei suoi richiami più profondi. Storie traumatiche, di violenze terribili, inibizioni e sensi di colpa, ma anche aneddoti divertenti, ricordi che fanno sorridere, pensieri bislacchi. Odori, sapori e umori. Si ride e si piange leggendo questi pezzi di vita. Si impara, anche, e ci si sente meno sole:</p>
<blockquote><p><strong>Così ho deciso di parlare alle donne della loro vagina, di fare delle interviste sulla vagina, che sono diventate i monologhi della vagina. Ho parlato con più di duecento donne, giovani, vecchie, sposate, single, lesbiche: docenti, attrici, manager, professioniste del sesso; donne afroamericane, ispaniche, asiatiche, native americane, caucasiche, ebree. All’inizio erano riluttanti, un po’ timide. Ma una volta partite, non riuscivi più a fermarle. Sotto sotto le donne adorano parlare della loro vagina. Le eccita molto, forse perché nessuno gliel’ha mai chiesto prima</strong>. (21)</p></blockquote>
<p>È la parola stessa a straniarci: inattesa nella sua scientificità perturbante, volutamente ripetuta come un mantra, nella consapevolezza che sulla scena si sta consumando l’infrangimento di un tabù, giocato su una performatività del linguaggio – quel dire che fa accadere – <em>metonimicamente</em> presa alla lettera (in quanto inscenata su un palco teatrale):</p>
<blockquote><p><strong>La dico perché non è previsto che la dica. La dico perché è una parola invisibile – una parola che suscita ansia, imbarazzo, disprezzo e disgusto.</strong></p>
<p><strong>La dico perché credo che ciò che non si dice non venga visto, riconosciuto e ricordato. Ciò che non diciamo diventa un segreto, e i segreti spesso creano vergogna, paura e miti. La dico perché un giorno o l’altro vorrei sentirmi a mio agio pronunciandola, e non vergognarmi o sentirmi in colpa. […]</strong></p>
<p><strong>Dico “vagina” perché quando ho cominciato a pronunciare quella parola ho scoperto quanto fossi frammentata, e come risultasse scollegato il mio corpo dalla mia mente. […]</strong></p>
<p><strong>Fa paura pronunciare questa parola. “Vagina.” All’inizio hai l’impressione di sfondare un muro invisibile. “Vagina.” Ti senti in colpa, a disagio, come se qualcuno stesse per colpirti. Poi, dopo che l’hai detta per la centesima o la millesima volta, ti viene in mente che è la tua parola, il tuo corpo, la tua parte più essenziale. All’improvviso ti rendi conto che la vergogna e l’imbarazzo che provavi pronunciandola miravano a mettere a tacere il tuo desiderio, a erodere la tua ambizione. Poi cominci a usarla sempre più spesso. La dici con una sorta di passione, di premura, perché senti che, se smetti di pronunciarla, sarai di nuovo sopraffatta dalla paura e ricadrai in un mormorio imbarazzato. Così la ripeti tutte le volte che ti capita, la fai emergere in ogni conversazione. La tua vagina ti emoziona: vuoi studiarla, esplorarla, conoscerla, scoprire come ascoltarla, darle piacere, e conservarla sana e saggia e forte. Impari a soddisfare te stessa e a insegnare al tuo amante a soddisfarti. […]E quanto più le donne pronunciano la parola vagina, minore è l’effetto che fa; diventa parte del nostro linguaggio, parte della nostra vita. La nostra vagina diventa integrata, rispettata, sacra. Diventa parte del nostro corpo, collegata alla nostra mente, e carburante per il nostro spirito. La vergogna se ne va e la violenza cessa, perché la vagina è qualcosa di visibile e di reale, ed è associata a donne potenti e sagge che parlano di vagina.</strong> (Ensler, 15-18)</p></blockquote>
<p>Dire allora sì che fa accadere. Fa essere. Il groppo della lingua, ancora una volta, si rivela cruciale: è il non-detto che occorre ri-immettere nella narrazione della realtà per spezzare i dispositivi omologanti che agiscono anche nel nostro inconscio. Ecco che il desiderio femminile smette di essere osceno (letteralmente, “ciò che sta al di fuori della scena”, che dovrebbe starsene nascosto) per mettersi invece al centro del palcoscenico, ecco che si trasforma, come scrive Elena Pulcini nel <em>Potere di unire</em> <a href="http://www.levocianti.it/2012/01/potenza-di-corpi-dissonanti-della-passione-come-valore-politico/"><strong>di cui parlavamo qualche giorno fa</strong></a>, “da zona vuota e mancante in impulso attivo all’azione e alla parola, […] prima e imprescindibile condizione per una ricostruzione di sé che prelude anche a una diversa interpretazione del reale, capace di scardinare i codici e le rappresentazioni egemoni” (XX).</p>
<p>Il corpo selvaggio estromesso dalle rappresentazioni dominanti, tese a omologarlo, subordinarlo, azzittirlo, possederlo, riprende potentemente voce e forma, dando vita a “combinazioni non conformi ai significati dominanti” (Muraro, 86): il testo sociale allora viene “scompaginato […] e ricombinato secondo le proprie esigenze e il proprio particolare sapere”. Quanto queste pratiche possano essere destabilizzanti per i sistemi costituiti stiamo cominciando a capirlo e lo vedremo meglio più avanti, incontrando storie di donne da luoghi e da tempi diversi dai nostri. Ma non troppo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nella foto <a href="http://www.zoegruni.net/"><strong>Zoè Gruni</strong></a>, <em>Carmen</em>, OCCCA 3D opening &#8211; 54. A quest&#8217;opera è collgato un video che trovate <a href="http://www.zoegruni.net/Carmen.html">qui</a></p>
<div id="fbPhotoSnowboxTagList"></div>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Donne e Media: Appello al Direttore Generale della RAI, Lorenza Lei</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Feb 2012 10:35:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valerie Donati</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alla voce:]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
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		<description><![CDATA[mailbombing promossa da Un altro Genere di Comunicazione]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.levocianti.it/2012/02/3150/download-2/" rel="attachment wp-att-3152"><img class="alignnone size-full wp-image-3152" title="download" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/02/download1.jpg" alt="" width="260" height="194" /></a></p>
<p>Il Collettivo Le Vocianti, Associazione Donne Pensanti insieme a tantissime associazioni che lottano quotidianamente per scalfire vecchi modelli, invita tutte/i  quante/i a partecipare all&#8217;azione<span style="color: #0000ff;"><em><a title="Mailbombing a Rai contro Sanremo" href="http://www.facebook.com/events/313194748717285/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;"> mailbombing</span></a></em></span> promossa da <span style="color: #0000ff;"><em><a title="Un altro genere di comunicazione" href="http://comunicazionedigenere.wordpress.com/2012/01/27/sanremo-morandi-e-papaleo-spogliano-ivana-mrazova/" target="_blank"><span style="color: #0000ff;">Un altro Genere di Comunicazione </span></a></em></span> e a firmare <span style="color: #0000ff;"><em><a href="http://www.associazionepulitzer.it/appello-al-direttore-generale-della-rai-lorenza-lei" target="_blank"><span style="color: #0000ff;"> l&#8217;appello </span></a></em></span>lanciato dall&#8217;Associazione Pulitzer.</p>
<p style="text-align: center;">Questo il testo dell&#8217;appello</p>
<p><em>Gentile Direttrice generale della RAI Lorenza Lei,</em></p>
<p><em>Le scriviamo per il Suo ruolo istituzionale di Direttore generale dalla RAI ma, ancora prima e soprattutto, in qualità di Donna.</em></p>
<p><em>Il 25 gennaio 2012 al TG1 delle 20.00 è stato trasmesso un servizio giornalistico offensivo e umiliante nei confronti di tutte le donne italiane e dei cittadini che pagano il canone per ricevere un servizio pubblico. Stiamo parlando del servizio realizzato dal giornalista Vincenzo Mollica dal titolo “La donna dell’Ariston” nel quale Gianni Morandi e Rocco Papaleo presentano Ivana Mrazova, la valletta della prossima edizione del Festival di Sanremo. Nel vederlo &#8211; è inserito in calce alla presente &#8211; si renderà conto che si tratta non solo di un pessimo esempio di informazione televisiva, ma di un vero e proprio schiaffo alla dignità delle donne.</em><br />
<em>Come in un film che abbiamo già rivisto tante volte, e che siamo stanchi di vedere, la ragazza bella, giovane, straniera e inesperta, come una stupida bambolina viene rimbalzata tra i due uomini affermati, che le dicono che cosa deve fare e che cosa deve dire. Una bella marionetta senza testa che per muoversi e parlare ha bisogno di due abili burattinai che hanno tre volte la sua età.</em></p>
<p><em>Noi sottoscritti firmatari chiediamo, come &#8220;risarcimento di immagine&#8221;:</em></p>
<p><em>Che Lei prenda pubblicamente posizione contro questo umiliante servizio prodotto dalla sua azienda e che il TG1 delle 20.00 offra uno spazio adeguato ai giornalisti che lo hanno realizzato ed ai due conduttori per scusarsi pubblicamente con le donne italiane;</em><br />
<em>Che vengano immediatamente poste in essere tutte le iniziative necessarie perchè vengano rispettati standard giornalistici degni di un servizio pubblico, nel pieno rispetto dell’immagine e del ruolo della donna.</em><br />
<em>In mancanza, ferma la nostra azione presso tutti i media atta ad ottenere quanto sopra, annunciamo sin d’ora che ci attiveremo presso tutte le sedi competenti, inclusa la Commissione Parlamentare di Vigilanza Rai, al fine di ottenere una adeguata risposta</em></p>
<p style="text-align: left;">
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		<title>Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 3</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Jan 2012 13:20:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Juri Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accenti]]></category>
		<category><![CDATA[Alla voce:]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Intervento di Barbara Servidori - Associazione Hamelin]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p style="text-align: center;"><em><strong>Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione</strong></em></p>
<p style="text-align: center;"><em>Intervento di Barbara Servidori</em><br />
<em><strong> <a href="http://www.hamelin.net/" target="_blank">Associazione Hamelin</a></strong></em></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/CJXLD_stZuE" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
</div>
<div>Il secondo intervento è quello dell’associazione Hamelin, rappresentata da Barbara Servidori.<br />
Hamelin  è l’associazione culturale che a Bologna si occupa di promozione culturale con una  vocazione pedagogica e si rivolge a bambini, adolescenti e adulti  utilizzando la letteratura, il fumetto, l’illustrazione e il cinema.<br />
Hamelin elabora strategie di promozione della lettura per bambini e ragazzi, con un’attenzione particolare per l’età adolescenziale attraverso percorsi di lettura per classi elementari, medie e superiori,<em><strong><a href="http://www.hamelin.net/index.php/pubblicazioni/guidebibliografiche.html" target="_blank"> guide</a></strong></em> bibliografiche a tema, corsi di aggiornamento per bibliotecari, insegnanti di scuole medie e superiori.<br />
L’universo del visivo, e soprattutto del fumetto e dell’illustrazione, è l’altro campo di azione privilegiata dell’Associazione che attraverso laboratori di fumetto per le scuole, incontri con ragazze e ragazzi, corsi di aggiornamento per insegnanti, mostre didattiche, esposizioni per promuovere giovani artisti, si propone di educare piccoli e grandi ad “un certo sguardo”.<br />
Hamelin è anche responsabile del Festival internazionale del fumetto Bilbolbul, giunto alla sua quarta edizione.<br />
In particolare, Barbara Servidori ha presentato l’ultimo numero della rivista “Questioni di genere” dell’Associazione Culturale Hamelin, che propone una serie di riflessioni e di proposte bibliografiche sul tema, nell’ambito dell’immaginario e della letteratura per ragazzi.<br />
Nel suo intervento Barbara Servidori ha più volte sottolineato come dagli articoli pubblicati nell’ultimo numero della rivista, emerga come, nella produzione letteraria contemporanea per ragazzi, un’assoluta mancanza di modelli femminili complessi e diversificati, spiegando l’assenza di personaggi femminili avventurosi, coraggiosi, controcorrente che mettano in discussione il modello culturale imperante. Questo aspetto rappresenta una rottura con il recente passato in cui figure femminili variegate e articolate erano ancora presenti a lottare contro un appiattimento che oggi sembra ridurre i personaggi femminili narrati a soggetti livellati, la cui ossessione costante sembra essere solo l’attenzione all’abbigliamento, al gossip e all’omologazione, impedendo così di far emergere una qualsiasi forma di unicità nel personaggio rappresentato. Sembra, sottolinea Barbara Servidori, che sia il pubblico stesso a richiedere questo tipo di rappresentazione e che il mercato si adatti fornendo il prodotto richiesto. Si pone allora un interessante interrogativo, analizzato nell’articolo di Giordana Piccinini, su quale sia oggi lo statuto dell’autore che scrive storie per ragazze e ragazzi? L’autore deve andare nella direzione di ciò che il mercato gli richiede? La sua funzione è solo quella di rassicurare rafforzando i modelli imperanti del pubblico che lo legge?</div>
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		<item>
		<title>Le parole fanno male #3</title>
		<link>http://www.levocianti.it/2012/01/le-parole-fanno-male-3/</link>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 21:42:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Lorenzo Gasparrini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[violenza]]></category>
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		<description><![CDATA[&#160; A me la parola passione suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate &#8211; la musica, il...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_3123" class="wp-caption alignleft" style="width: 385px"><a href="www.flickr.com/photos/vanessao/276326246/"><img class="size-full wp-image-3123" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/DP_3.jpg" alt="Love slaves (foto di VanessaO)" width="375" height="500" /></a><p class="wp-caption-text">Love slaves (foto di VanessaO)</p></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>A me la parola <a href="http://www.treccani.it/vocabolario/passione/" target="_blank">passione</a> suscita sempre sensazioni positive. Come non potrebbe? Siamo da anni immersi in un fiume di passione: le passioni sono consolidate &#8211; la musica, il buon cibo, l&#8217;arte, la lettura, il calcio, il lavoro &#8211; oppure nuove: cosa c&#8217;è di più entusiasmante di farsi prendere da una passione &#8220;per&#8221; qualcosa di appena scoperto? Poi succede spesso di descriversi attraverso le passioni: &#8220;Ah, io ho la passione del&#8230;&#8221; e ci raccontiamo così. E chi non ne ha una, di passione? E chi non si stente vicino a chi &#8220;ha la stessa mia passione per&#8230;&#8221;?</p>
<p>La storia della parola però non è tanto allegra. Passione viene da &#8220;patire&#8221;; il suo <a href="http://etimo.it/?cmd=id&amp;id=12549&amp;md=26ea109f824d7dca2219c1cdc763b5da" target="_blank">etimo</a> racconta di sofferenze, dolori, di una sensazione anche positiva ma talmente forte e intensa da avvicinarsi al dolore, alla fame, alla febbre. Tanto può essere forte, questa passione, che il suo aggettivo, &#8220;<a href="http://www.treccani.it/vocabolario/passionale1/" target="_blank">passionale</a>&#8220;, è spesso accostato a un&#8217;altra parola decisamente e sicuramente negativa e funesta: &#8220;delitto&#8221;.</p>
<p>Cosa s&#8217;intende con l&#8217;espressione &#8220;delitto passionale&#8221;? Non c&#8217;interessa qui la definizione di legge; chi ci lavora, con la legge, ha il compito difficile e sgradevole di determinare con precisione le circostanze del delitto, e in particolare lo stato emotivo di chi l&#8217;ha commesso. A cosa vengono accostate queste parole sui giornali, sul web? Ecco un recente <a href="http://bari.repubblica.it/cronaca/2012/01/06/news/bari_studentessa_sgozzata_arrestato_il_fidanzato-27662733/" target="_blank">esempio</a>.</p>
<p>E&#8217; il linguaggio che presenta ciò che accaduto che dovrebbe permettere di distinguere tra la spiegazione di un evento e la sua giustificazione. La prima tenta di legare insieme i fatti con una causalità oggettiva; la seconda manifesta il grado e il modo di accettazione culturale di quei fatti &#8211; soprattutto quando sono presentati non da una persona che li racconta privatamente ma da un media che ne dà notizia al pubblico.</p>
<p>Cosa ci sia di &#8220;passionale&#8221; in questo delitto io non lo capisco, né l&#8217;ho mai capito. Nel senso: capisco a quale spiegazione vuole riferirsi il riferimento alla passione, ma non ho mai capito il motivo per cui questa dovrebbe giustificare una condotta omicida. Dico &#8220;giustificare&#8221; perché la presenza della passione è considerata un&#8217;attenuante dell&#8217;azione omicida &#8211; dalla legge &#8211; e dell&#8217;efferatezza dell&#8217;omicidio &#8211; per l&#8217;opinione pubblica.</p>
<p>Basta leggere le notizie di cronaca riportate in <a href="http://bollettino-di-guerra.noblogs.org/" target="_blank">questo sito</a> per accorgersi che la premeditazione è la regola, e la passione l&#8217;eccezione. Eppure la dicitura &#8220;delitto passionale&#8221; continua ad essere usata sui media nella stragrande maggioranza dei casi, ed è passata nell&#8217;uso a definire tutti i delitti nei quali c&#8217;è un movente riconducibile a un rapporto affettivo e/o sessuale tra i protagonisti, anche occasionale. E io non credo che dovrebbe essere così, perché quello che secondo la legge va rigorosamente (per quanto possibile) determinato ai fini di un giusto giudizio, sui media viene liquidato come già giudicato, in quanto &#8220;passionale&#8221;.</p>
<p>Insisto: che la legislazione abbia bisogno di distinzioni, di categorie, di classificazioni, nessuno lo mette in dubbio. Il fatto è che quando, nella divulgazione (banalizzazione?) di numerosi fatti di cronaca &#8211; e non delle complicate battaglie legali che ne seguono &#8211; si fa uso di alcuni termini come &#8220;delitto passionale&#8221;, si compie una operazione culturale molto ambigua, molto affine alla giustificazione del colpevole e alla colpevolizzazione della vittima. E&#8217; stata proposta, per molti di questi casi, la parola &#8220;femminicidio&#8221;, e credo che sia una soluzione adeguata; soprattutto per salvaguardare l&#8217;onestà della comunicazione dei fatti accaduti.</p>
<p>Sempre che si voglia ancora chiamare le cose col loro nome; a me non sta affatto bene associare la mia passione politica o sportiva a una cultura che accorda ai fatti di sangue una comprensione particolare, perché compiuti in preda a una passione. Né mi pare corretto riferire a una situazione di scarsa lucidità mentale ancora da accertare la notizia stessa del fatto di sangue, che così trova già, presso l&#8217;opinione pubblica, una sentenza prima ancora che il processo sia istruito. Mi sembrerebbe assurdo cambiare nome alle passioni; fose, considerando l&#8217;evolversi delle questioni di genere nel nostro paese, sarebbe ora di dare un altro nome agli ancora così denominati &#8220;delitti passionali&#8221;.</p>
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		<title>Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione – atti del convegno 2</title>
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		<pubDate>Fri, 27 Jan 2012 07:00:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Juri Guidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Intervento di Barbara Spinelli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;">Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione</p>
<p style="text-align: center;">Intervento di Barbara Spinelli<br />
Avvocata redattrice del Rapporto Ombra CEDAW</p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/5shTJirv-rA" frameborder="0" width="420" height="315"></iframe></p>
<div style="text-align: left;">Barbara Spinelli, Avvocata e attivista per i diritti delle donne.</div>
<div>La sua attività è centrata sulla violenza contro le donne e sull’implementazione della legge nazionale dei diritti delle donne.<br />
Nel 2011 ha scritto e presentato la sezione italiana del Rapporto Ombra in occasione della quarantanovesima sessione del CEDAW (Convenzione per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, prodotta dalle Nazioni Unite nel 1979 e ratificata dall’Italia nel 1985) come rappresentante dell’ONG Italiana “30 anni del CEDAW-lavori in corso”.<br />
È inoltre autrice del libro “Femminicidio. Dalla denuncia sociale al riconoscimento giuridico internazionale”.<br />
Il suo intervento si concentra sull’analisi delle raccomandazioni che la Commissione Cedaw  ha formulato nei confronti dell’Italia e sui principali aspetti emersi rispetto all’applicazione dei provvedimenti contenuti nell’articolo 5 della Convenzione Cedaw, che riguarda aspetti di pratiche culturali e responsabilità nell’allevamento dei figli.<br />
Barbara Spinelli ha spiegato che il problema legato alla rappresentazione pubblica della donna è un problema di dignità e non di morale e che, come tale, diventa un problema di tipo giuridico, non personale, ma collettivo. Le pubblicità infatti sono costruite sulla rappresentazione del ruolo della donna nella società e non solo sull’immagine del loro corpo, questo significa che la violenza e la discriminazione di genere trovano terreno fertile nel ruolo tradizionale che viene attribuito alla donna nella nostra società.<br />
Emerge dall’intervento di Barbara Spinelli, che passa in rassegna diversi aspetti della rappresentazione stereotipata delle donne da parte dei mezzi di comunicazione, che non siamo educati a riconoscere la discriminazione sulle donne, perché manca la percezione che certe pratiche siano lesive della dignità. In generale, in Italia, permane una grande adesione a certi tipi di immaginario che vedono la donna inscritta e imprigionata dentro un ruolo. In questo modo si rafforza e si ripropone un tipo di immaginario radicato anche se obsoleto che nel nostro paese viene largamente condiviso.<br />
Fra i numerosi suggerimenti e raccomandazioni del Cedaw, emerge la necessità di realizzare uno studio per il rilevamento di come lo stereotipo di genere sia diffuso fra i giovani, gli anziani, i professionisti e i politici. Un’analisi di questo tipo permetterebbe di fare emergere numerosi aspetti sui quali lavorare per scardinare meccanismi che ledono le donne.<br />
Le raccomandazioni del Cedaw incoraggiano inoltre l’Italia ad elaborare un programma di sensibilizzazione, che coinvolga il più possibile i fruitori dei messaggi, ma anche coloro che li producono (mass media , agenzie pubblicitarie, agenzie di comunicazione).</div>
<div></div>
<div>
<div style="text-align: right;">Resoconto di Valérie Donati</div>
</div>
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		<title>Frequenze di genere: continuano le puntate su genere ed educazione</title>
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		<pubDate>Thu, 26 Jan 2012 07:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frequenzedigenere</dc:creator>
				<category><![CDATA[Accenti]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Eccoci arrivate alla terza tappa del nostro percorso sul genere e l’educazione. Nella puntata di venerdì 27 gennaio parlaremo di adolescenza insieme a Cinzia Albanesi del Csge. Perchè l’adolescenza è...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.levocianti.it/2012/01/frequenze-di-genere-continuano-le-puntate-su-genere-ed-educazione/adolescenza/" rel="attachment wp-att-3083"><img class="alignleft size-full wp-image-3083" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/adolescenza.jpg" alt="" width="276" height="182" /></a>Eccoci arrivate alla terza tappa del nostro percorso sul genere e l’educazione.</p>
<p>Nella puntata di venerdì 27 gennaio parlaremo di <strong>adolescenza</strong> insieme a <strong>Cinzia Albanesi</strong> del <em><strong><a href="http://www.csge.unibo.it/" target="_blank">Csge</a></strong></em>.<br />
<em>Perchè l’adolescenza è un momento così complesso nella vita delle persone? </em><br />
<em>Come viene percepito il genere in questa fase così delicata? </em><br />
<em>Quanto contano la famiglia, la scuola, il gruppo dei pari nella conferma o decostruzione di visioni stereotipate di ciò che ragazze e ragazzi devono essere e fare? </em><em>Come il genere vincola i loro desideri?</em></p>
<p>Ritornerà inoltre la rubrica <strong>Cult</strong> a cura di <em>Cinzia Farina</em> che ha recensito per noi il film documentario di Alina Marazzi dal titolo “<strong>Vogliamo anche le Rose</strong>“. Ci accompagnerà la potente voce di una grande artista italiana: <strong>Giuni Russo</strong></p>
<p>Vi ricordiamo che la seconda puntata del ciclo, in cui si  è parlato di genere ed educazione di bambine e bambini in età elementare, è disponibile ad essere scaricata<em><strong> <a href="https://skydrive.live.com/redir.aspx?cid=520d6a46c3584bef&amp;resid=520D6A46C3584BEF%21158&amp;parid=520D6A46C3584BEF%21157&amp;authkey=%21AKJC9KAXnbWXWIA" target="_blank">qui</a></strong></em>.</p>
<p>Prima di salutarvi, <strong>rinnoviamo l’appello a tutti i nostri ascoltatori e alle nostre ascoltatrici a condividere con noi le riflessioni maturate nel corso di queste puntate dedicate all’educazione, a farci conoscere le vostre opinioni in merito, le vostre esperienze di bambine e bambini, a raccontarci come genitori o educatori/trici le buone pratiche che mettete in atto. </strong><br />
Ci piacerebbe concludere questo ciclo di puntate facendo sentire la vostra voce! Scriveteci al nostro indirizzo mail frequenzedigenere@gmail.com.</p>
<p>Non ci resta che darvi appuntamento, come ogni venerdì, dalle 13.30 alle 14 sulle frequenze di<em><strong> <a href="http://www.radiocittafujiko.it/home/" target="_blank">Radio Città Fujiko</a></strong></em> 103.1 FM.</p>
<p>Buon ascolto!</p>
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		<title>Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione &#8211; atti del convegno</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 13:33:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Juri Guidi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Alla voce:]]></category>
		<category><![CDATA[Cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Introduzione di:
Valérie Donati - Collettivo Le Vocianti]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div>
<p dir="ltr">Ecco il primo di una serie di post con cui pubblicheremo i resoconti e i video del convegno, da noi organizzato:</p>
<p style="text-align: center;" dir="ltr"><strong>Gabbie di sguardi: gli stereotipi di genere nella comunicazione</strong><br />
<strong>Tenutosi a Bologna il 14 gennaio 2012 </strong></p>
<p style="text-align: center;" dir="ltr"><a href="http://www.levocianti.it/2012/01/gabbie-di-sguardi-gli-stereotipi-di-genere-nella-comunicazione-atti-del-convegno/invito_web/" rel="attachment wp-att-3007"><img class="alignnone size-medium wp-image-3007" title="invito_web" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/invito_web-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" /></a></p>
<p style="text-align: right;" dir="ltr">Introduzione di:<br />
<em>Valérie Donati &#8211; Collettivo Le Vocianti</em></p>
<p dir="ltr">Il collettivo Le Vocianti nasce nel dicembre 2011 dal nostro incontro in seno all’associazione Donne Pensanti, che da due anni si batte contro le discriminazioni di genere, la mercificazione dei corpi e contro le rappresentazioni stereotipate, riduttive, falsanti che la nostra società ci impone.</p>
<p dir="ltr">Perché abbiamo scelto questo nome: Le Vocianti?</p>
<p dir="ltr"><a href="http://www.levocianti.it/2012/01/gabbie-di-sguardi-gli-stereotipi-di-genere-nella-comunicazione-atti-del-convegno/val/" rel="attachment wp-att-3020"><img class="alignleft size-medium wp-image-3020" title="VAL" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/VAL-300x158.jpg" alt="" width="300" height="158" /></a>Per prima cosa perché  vogliamo tornare a far sentire le nostre voci. Vogliamo riprenderci la parola, una parola che sappia finalmente radicarsi nel corpo senza rinchiudersi nel privato, una parola che sappia emergere nello spazio pubblico e che sia capace di cambiare i codici di quella politica i cui linguaggi devono essere radicalmente trasformati.</p>
<p dir="ltr">La voce è la cosa più intima e singolare che possiamo legare alla persona. Sentire la voce di qualcuno significa sentire la persona. Al tempo stesso, la nostra voce è un suono che ci è estraneo perché la differenza fra il sentire la propria voce e l’essere ascoltati è profonda al punto che nessuno di noi conosce veramente la propria voce fino a quando questa non viene riprodotta con una registrazione. Si può dire che spesso, l’incontro fra la nostra voce interna e il suono della nostra voce esterna, assomiglia ad un incontro fra due estranei.</p>
<p dir="ltr">Questo essere al tempo stesso identificante ed estraniante è una particolarità della voce, ma sicuramente anche del genere. Per dirlo ancora meglio: la differenza fra percezione interna e rappresentazione esterna. Voce e genere hanno questo in comune: come mi sento e come vengo percepito spesso e volentieri non coincidono.</p>
<p dir="ltr">Ci avviciniamo allora al problema che ci vede qui oggi, cos’è lo stereotipo se non una rappresentazione fissa che congela in un’immagine, in un modo di dire, in una formulazione una ricchezza e una complessità intima impedendole di affiorare?</p>
<p>Abbiamo pensato di invitare qui oggi diverse attrici e diversi attori [io metterei semplicemente persone, “attrici” usato in questo senso, è un po’ un tecnicismo da scienze sociali] che si occupano di comunicazione a diverso titolo e con mezzi diversi per tentare di ascoltare voci molteplici, da numerosi punti di vista, nel tentativo di comprendere la complessità del problema del radicamento degli stereotipi nel nostro tessuto culturale. Quando si parla di stereotipi e di lotta contro gli stereotipi spesso si dimentica che si tratta anche di meccanismi radicati e funzionali alla costituzione dei gruppi sociali e degli individui. Nello stereotipo ci riconosciamo e riconosciamo l’altro e attraverso i meccanismi di riconoscimento reciproco rinsaldiamo i rapporti all’interno dei gruppi sociali. Non si tratta quindi solo di lottare contro, ma di provare a comprendere a fondo meccanismi che, da un lato sono fondatori del nostro stare insieme, ma che dall’altro diventano il limite stesso di una convivenza nel rispetto reciproco. Usare diverse lenti, nel tentativo di fare emergere nuovi spunti di pensiero, senza sottrarci agli inevitabili dubbi e problemi che potrebbero nascere grazie alla prospettiva data da queste diverse visioni.</p>
<p>Iniziamo i lavori con un brevissimo <em><strong><a href="http://www.youtube.com/watch?v=NexOTy8VYNw&amp;context=C378d76bADOEgsToPDskJ0eY4KozLvtTskkWuNnPrJ" target="_blank">video</a></strong></em> che abbiamo ideato e realizzato come Donne Pensanti, (video che ha avuto 30.000 visualizzazioni su youtube), perché ci è sembrato che questo potesse essere uno strumento eloquente per mostrare  I rischi, spesso occulti, che il dispositivo stereotipante comporta.<strong><strong><br />
</strong></strong></p>
<p dir="ltr">Non possiamo affermare che ci sia una legame diretto fra la violenza simbolica e quella reale, che si trovano su due piani diversi, ma è importante non sottovalutare che esiste una connessione fra simbolico e reale.</p>
<p dir="ltr">C’è una nuova tendenza nella pubblicità che viene prodotta prevalentemente da una fascia con una capacità di aggressione e penetrazione nel mercato molto forte: parliamo di grandi firme, di stilisti dell’alta moda, di produttori di fashion design la cui tendenza all’ambientazione porno-chic, all’estetizzazione della perversione, del torbido, riproduce scene al limite del rappresentabile che sfociano in suggestioni di tortura, stupro di gruppo e omicidio.</p>
<p dir="ltr">Cosa vediamo in queste immagini?</p>
<p dir="ltr">1) Tutti i corpi che vediamo rappresentati sono corpi giovani. La giovinezza dei corpi ci porta però a riflettere sul target al quale questi messaggi sono destinati, al pubblico per il quale sono stati formulati. Corpi giovani, per giovani consumatori.</p>
<p dir="ltr">2) L’ambientazione del lusso. La grande maggioranza di queste messe in scena riguardano ambientazioni di lusso: ville, piscine, automobili…Il lusso diventa l’ideale sociale, ciò a cui si tende. Ricordiamo che quando l’ideale sociale oltre che dall’immaginario offerto delle pubblicità è sostenuto e incarnato anche dall’ideale politico, il pericolo che si corre è grande.</p>
<p dir="ltr">3) L’immaginario del potere inteso come assoluta asimmetria nei rapporti. Il campione di immagini presenti nel video è una palese dimostrazione dell’asimmetria nei rapporti fra uomini e donne. Anzi, ciò che emerge prepotentemente è che l’unico vettore che può uniregli esseri umani è quello dello sfruttamento di un corpo per la realizzazione di una fantasia erotica.</p>
<p dir="ltr">4) Il rapporto insidioso fra immagine e discorso. Sappiamo che l’associazione fra immagini e parola crea e costruisce il terreno sul quale si aggrappa l’immaginario, ma quello che colpisce guardando le immagini del video è la tendenza ad un immaginario dark, oscuro, privo di gioia, dove lo squallore della situazione viene reso ancora più freddo e distante da quell’ambientazione di lusso di cui prima. A sostenere questo tipo di immagini notiamo l’uso della parola morte, “death”, “fashion is dead”, “executed”: spot che permettono di familiarizzare non collocandola nella naturalità ma spettaolarizzandola a scopi persuasivi rendendo “fashion” anche ciò che per antonomasia è la negazione del piacere.</p>
<p dir="ltr">Che tipo di problemi pongono allora queste immagini e che tipo di reazione avere davanti ad esse? Una reazione morale,<a href="http://www.levocianti.it/2012/01/gabbie-di-sguardi-gli-stereotipi-di-genere-nella-comunicazione-atti-del-convegno/gabbia/" rel="attachment wp-att-3021"><img class="alignright size-medium wp-image-3021" title="GABBIA" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/GABBIA-300x224.jpg" alt="" width="300" height="224" /></a> giuridica o politica?</p>
<p dir="ltr">Queste immagini, così reiterate, così numerose, così ripetitive, vengono tollerate perché mettono in scena delle donne, perché mettono in scena il dominio esercitato sulle donne. Se immaginassimo anche solo per un istante, in modo provocatorio, di sostituire ad una sola delle pubblicità che abbiamo mostrato un individuo di colore, un bambino  o un animale grideremmo allo scandalo, colpiti giustamente dalla violenza delle immagini e dalla loro inaccettabile messa in scena.</p>
<p dir="ltr">Crediamo che la prima cosa importante sia essere in grado di definire che siamo in presenza di un problema. L’argomento che consiste nel dire che questo tipo di denuncia è moralista è un argomento che nega la presenza del problema. Il problema invece esiste ed è anche un problema morale.</p>
<p dir="ltr">Il problema è anche giuridico e Barbara Spinelli nel suo intervento ci spiegherà il perché.</p>
<p dir="ltr">E ancora, il problema è anche politico perché se è vero che la politica è anche la riflessione sul tipo di società che vogliamo oggi e domani, non è pensabile che le istituzioni non prendano atto e misure adeguate per contenere quella che ormai sembra essere una deriva inarrestabile.</p>
<p dir="ltr">L’ultimo punto mi porta alle conclusioni e allo stesso tempo mi riconduce alla riflessione iniziale: la differenza fra violenza simbolica e violenza reale.</p>
<p dir="ltr">Abbiamo detto che non c’è causalità diretta fra la violenza vista e la violenza praticata. Non è perché vedo un certo tipo di immagine che poi mi comporterò in quel modo – per fortuna!</p>
<p dir="ltr">Ma esiste l’influenza, più lenta ed insidiosa, è come la goccia che batte sempre nello stesso punto e poi modifica la forma della pietra. L’insistenza di questo tipo di messaggi viene a ledere quotidianamente le barriere interne, quelle che assicurano lo stare bene insieme nel rispetto, quelle che ci permettono di discernere ciò che desideriamo veramente e ciò che è indotto, questi messaggi contribuiscono ad assottigliare la barriera fra ciò che si può fare e ciò che non si fa.</p>
</div>
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		<title>Potenza di corpi dissonanti. Della passione come valore politico</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 09:26:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia Cavalieri</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; È da un po’ che ho in mente di tornare a parlare del corpo delle donne per proseguire una riflessione a cui avevo accennato nel saggio che ho scritto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.levocianti.it/2012/01/potenza-di-corpi-dissonanti-della-passione-come-valore-politico/alberocorpodidonna/" rel="attachment wp-att-2963"><img class="alignleft" title="alberocorpodidonna" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/alberocorpodidonna-298x300.jpg" alt="" width="238" height="240" /></a>È da un po’ che ho in mente di tornare a parlare del corpo delle donne per proseguire una riflessione a cui avevo accennato <a href="http://www.ombrecorte.it/more.asp?id=269&amp;tipo=novita">nel saggio </a>che ho scritto sul fallimento dell’emancipazione femminile nella cornice del berlusconismo, declinazione italiana, insieme unica e ridondante, di quel sistema neoliberista che di tutto fa merce e tutto come merce concepisce. I rischi di collusione, anche inconscia, sono altissimi e di questo parlano con particolare consapevolezza due bellissimi interventi che ho letto di recente: il primo di <a href="http://www.carmillaonline.com/archives/2011/11/004113.html">Cristina Morini</a> che recensisce un libro molto interessante, <em>La donna a una dimensione </em>di <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/Nina_Power">Nina Power</a> e il secondo di <a href="http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html">Olivia Guaraldo</a>, che <a href="http://www.levocianti.it/2012/01/il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato/">abbiamo rilanciato </a>pochi giorni fa anche dal nostro sito.<span id="more-2962"></span></p>
<p>Interrogandomi sulle possibili pratiche per contrastare questo modello tendenzialmente disumanizzante, sottolineavo l’importanza di ridare voce a corpi il meno possibile addomesticati e mi chiedevo se si possa riuscire a trasformare questa ostinata indocilità in una pratica condivisa, capace di suscitare progetto politico. L’incapacità di adattamento mi affascina perché innesca ragionamenti: in fondo non è altro che un continuo porre domande al sistema, denunciandone la pochezza, gettando sotto gli occhi di chi vuole vedere che il modo in cui siamo indotti a portare avanti le nostre vite fa acqua da tutte le parti. Ed è così che le reticenze, gli sguardi sghembi, le insofferenze e le inettitudini diventano l’anelato <a href="http://www.limmi.it/content/view/55/118/lang,it/">“anello che non tiene”</a>, lasciano baluginare un’opportunità di riscatto schiudendo possibilità non evidenti. Sono ombre preziose nel luccichio farlocco che ci avvolge abbagliandoci, in cui anche la capacità di mediazione è diventata una merce da vendere (e penso ai furbi pacchetti per la “gestione dei conflitti” con cui ci bombardano ovunque, dai luoghi di lavoro alle scuole: perché tutta questa necessità di insegnarci a obbedire, a essere docili? Quanta paura fanno i dissidenti, quelli che non ci stanno?).</p>
<p>Mi chiedo se l’atteggiamento ambivalente che la nostra società continua ad avere nei confronti del corpo femminile – iperostensione ossessiva delle sue forme nelle rappresentazioni dominanti, da un lato, e azzittimento delle sue istanze più profonde e dei suoi vissuti raccontabili, così come dei suoi percorsi verso l’equilibrio, l’armonia e il godimento, dall’altro – non porti iscritta in sé proprio questa paura. Per far capire anche quanto poco fondate siano le accuse di moralismo e perbenismo che spesso vengono fatte contro chi, come noi, intende stigmatizzare una rappresentazione stereotipata e spesso brutalmente o sottilmente violenta, e quanto l’imperversare di immagini ripetitive e banalizzanti finisca per amputare l’opportunità di portare alla luce immaginari avvincenti, densi e avventurosi, impoverendo la nostra civiltà, proporrò, a rate, una serie di riflessioni che ho sviluppato dopo aver letto alcuni libri e ascoltato certe esperienze.</p>
<p>La filosofa <strong><a href="http://www.philos.unifi.it/CMpro-v-p-68.html">Elena Pulcini</a></strong>, che si è occupata a lungo del soggetto moderno a partire soprattutto dal tema delle passioni e della vita emotiva ( non a caso lasciato ai margini del pensiero dominante), nomina la peculiare posizione che le donne occupano nella dicotomia tutta occidentale di ragione vs passione “<strong>differenza emotiva</strong>”. La potenza della fisicità femminile e la saggezza che un corpo pienamente vissuto conferisce storicamente hanno creato terrore, tanto che in epoca moderna, scrive Pulcini nel <a href="http://www.dialogare.ch/Dialo_Vocabo_testi/D_Filo18.htm"><em>Potere di unire,</em> </a>mentre si rivaluta la femminilità, al tempo stesso la si addomestica. La passione si sbiadisce in una “cultura del sentimento”, com’è evidente nella concezione di <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jean-Jacques_Rousseau">Rousseau</a>, in cui la donna è valorizzata in quanto madre, moglie, depositaria degli affetti più puri e capace di intessere e alimentare quei fili che tengono unite le persone. Dalla sfera intima e privata che le compete, irradia il suo calore rassicurante, contribuendo a dare solidità ed equilibrio al compagno che può così esercitare le sue funzioni nella sfera pubblica con più serenità e meno distrazioni &#8220;spicciole&#8221;. In età moderna, in altre parole, la donna ha la prima grande occasione di vedere riconosciuta la sua identità e la sua funzione, ma ciò avviene alla condizione che accetti due esclusioni simultanee: la prima dal contratto sociale, dalla vita pubblica quindi, la seconda dalla sfera delle passioni, rinunciando così all’insostituibile processo di configurazione identitaria che nel loro attraversamento si dà. La modernità costruisce in sostanza un modello femminile edulcorato, da cui sono espunti quegli eccessi di <em>páthos</em> che incepperebbero la fluidità necessaria perché la sfera pubblica proceda dentro i binari in cui la si vuole mantenere. È così che, nel momento in cui le viene riconosciuto un potere, alla donna viene anche imposto di sacrificare una parte di sé: la sua ammissione nella società consacrata dal suo ruolo di dea del focolare, regina della sfera privata, si basa su una grave mutilazione sul piano identitario. Questa “euforia dell’identità” nel percorso di Pulcini, come la autodefinisce la filosofa stessa, è nata da una duplice insoddisfazione: nei confronti, da una parte, di una prospettiva puramente emancipatoria, tutta focalizzata su politiche di conquista di cittadinanza e pari diritti ma che trascurava un aspetto invece sostanziale come la mutilazione dell’interiorità femminile operata nel sistema patriarcale, dall’altra, di una quasi esclusiva focalizzazione di un certo femminismo storico sul materno.</p>
<p>Sono anch’io molto convinta che sia necessario restituire all’“essere in relazione” che le donne portano inscritto nel loro corpo la “potenza dinamica e appassionata dell’eros” (p. XI  del libro sopraccitato), ambivalente come Giano dalle due teste, vita pulsante che alberga in sé “la forza scardinante e rinnovatrice di thánatos” (XII). La passione è ammissione di insufficienza, la confessione di una vulnerabilità che è un esporsi irrimediabile all’altro, con cui l’io entra in costante e inquieto dialogo. Ma questa <strong>vulnerabilità</strong> <strong>che traspare </strong>non è forse una forma di realistica saggezza? Ostinatamente contraria, per altro, ai deliri di onnipotenza e di crescita in impennate esponenziali di cui il corso delle cose sta ormai smascherando le contraddizioni nefaste.</p>
<p>Mi ero ripromessa anche di tornare sulle pagine appassionate di <strong><a href="http://www.wuz.it/recensione-libro/6176/marina-cvetaeva-notti-fiorentine-anniversario-morte.html">Marina Cvetaeva</a></strong>: non è l’oggetto del suo desiderio e delle sue parole d’amore che mi preme – puro pretesto che sempre sappiamo inventarci quando la normalità ci opprime – ma la potenza che questa sovraesposizione delle proprie intense fragilità riesce a scatenare.Voce da una tenebra che scalda, fatta di sensualità ed erotismo, “creatura di effluvi” che percepisce “l’universo con la pelle”, scrive la Cvetaeva:</p>
<blockquote>
<p style="text-align: justify;"><strong>voglio gioire di voi e delle forze oscure che da me estraete come uno stregone, un rabdomante. Un rabdomante non è necessariamente conscio: né della propria forza, né del valore delle sorgenti che scopre. È un dono come un altro, e dunque il più delle volte concesso agli ignoranti e agli ingrati […] Voi mi ammorbidite (mi umanizzate, femminilizzate, animalizzate) come una pelliccia. […]</strong></p>
<p><strong>Voi liberate in me il mio essere femminile, il mio essere più oscuro e recondito. Non per questo vedo peggio. Tutta la mia chiaroveggenza intatta con, in più, il beato diritto alla cecità. […]</strong></p>
<p><strong>Chiaro dell’alba. Calma come una morta, in questa assoluta chiarezza di cielo e mente, ti dico: “con te ho bisogno di tutta l’intimità della tana, di tutto lo spazio della notte. Tutta la notte fuori e tutta la notte dentro.</strong></p></blockquote>
<p>&nbsp;</p>
<p>Parole che possono farci inorridire, perché sembrano offendere la nostra volontà di essere autonome e risolte: per la vulnerabilità che mettono a nudo, appunto. Ma parole che dentro hanno, io credo, una forza rara: sono confessione di dipendenza e al tempo spesso rivelazione di uno spirito indomito, insubordinabile. Si nutrono, cioè, di una logica aliena dalle contrapposizioni esclusive, in cui la liberazione può darsi soltanto nel contatto contaminante con l’altro, perché è proprio nel vortice del contatto con l’altro che prendiamo coscienza dei nostri limiti mentre stiamo allargando la nostra pecrezione, è nel contatto profondo con l&#8217;altro che si liberano le nostre forze più oscure e più sincere. Sarà che sento sempre più spesso attorno a me una fretta noncurante e indifferente, ma gli sguardi che sanno soppesare, carichi di senso, lenti e individuanti, gli sguardi che non temono di scendere nelle viscere, mi riempiono di una gioia antica.</p>
<p>Tutto questo senza eludere il fatto, tornando a citare Elena Pulcini, che “il desiderio è dotato di una sua intrinseca opacità, di una “cecità” che ci impone di non accoglierlo <em>tout court</em>, in maniera acritica e indifferenziata, ma di assumerlo criticamente, al fine di distillarne quegli aspetti che possano incrementare la “potenza” dell’Io.” (XX) Credo che sia proprio questa ambivalenza a spaventare nel desiderio, a indurci a lasciarlo ai margini dei sistemi costituiti: siamo poco abituati ad accogliere quell’aporia che invece è intrinseca all’essere, è nello stato di quasi tutte le cose. La capacità di abbandonarsi a questo dato di fatto &#8211; l&#8217;abbandono non è un sentimento puramente passivo,<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Martin_Heidegger#La_conferenza_L.27abbandono_.28Gelassenheit.29"> come ci ha spiegato anche Heidegger</a> -  è più viva in civiltà, come quelle dell’Africa nera per esempio, in cui non si pretende di ragionare cartesianamente per &#8220;idee chiare e distinte&#8221; ma si accetta che siamo calati dentro una “canzone d’ombre”, come scrive <a href="http://www.meltemieditore.it/Scheda_libro.asp?Codice=L024">Achille Mbembe </a>in<em> Postcolonialismo</em>. Ecco, tutto questo per dire che se siamo capaci di riconoscerne le oscurità e le insidie, il desiderio sa funzionare come spinta propulsiva e trasformatrice (XXI). Le oscurità andrebbero allora guardate con coraggio: tutto ciò che di distruttivo, di troppo vincolante, di potenzialmente assoggettante c’è nel desiderio e nello stare nelle passioni non va rimosso, non va obliterato, come invece pare accada coi tanti ritratti femminili che ci vengono somministrati, troppo spesso anche quelli che pretendono di avere una funzione critica nei confronti degli stereotipi egemoni. Va guardato e attraversato. [continua]</p>
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<p>La fotografia in alto è di Leo Hartshorn e s&#8217;intitola <em>Tree meditation</em>.</p>
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		<title>Frequenze di Genere in onda su &#8220;Le Vocianti&#8221;</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 14:46:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>frequenzedigenere</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grazie alla proposta del collettivo &#8220;Le Vocianti&#8221;, da oggi inizieremo a postare le puntate di Frequenze di genere anche sul loro sito. Per chi non ci conosce, Frequenze di Genere...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.levocianti.it/2012/01/frequenze-di-genere-in-onda-su-le-vocianti/logo-fdg/" rel="attachment wp-att-2986"><img class="alignleft size-full wp-image-2986" src="http://www.levocianti.it/wp-content/uploads/2012/01/logo-fdg.jpg" alt="" width="280" height="93" /></a>Grazie alla proposta del collettivo &#8220;Le Vocianti&#8221;, da oggi inizieremo a postare le puntate di Frequenze di genere anche sul loro sito.</p>
<p>Per chi non ci conosce, <em>Frequenze di Genere</em> è una trasmissione radio in onda su Radio Città Fujiko tutti i venerdì dalle 13.30 alle 14. Le puntate monografiche affrontano  diversi temi utilizzando un’ottica di genere,  applicando cioè una chiave di lettura che  analizza  gli effetti che la cultura e le dinamiche interne alla società hanno sulle vite di donne e di uomini.<br />
Sul nostro <em><strong><a href="http://frequenzedigenere.wordpress.com/homepage/" target="_blank">blog </a></strong></em>potrete trovare e scaricare tutte le <em><strong><a href="http://frequenzedigenere.wordpress.com/puntate/" target="_blank">puntate passate</a></strong></em>, conoscere gli argomenti di cui abbiamo parlato fino ad ora e  <em><strong><a href="http://frequenzedigenere.wordpress.com/contatti/" target="_blank">contattarci</a></strong></em> per partecipare alle nostre rubriche, segnalarci appuntamenti, proporre temi e collaborazioni.</p>
<p>La scorsa settimana abbiamo dato il via ad un ciclo di puntate su <strong>&#8220;Genere ed Educazione&#8221;</strong>, in collaborazione con il Centro studi sul Genere e l&#8217;Educazione (Csge) dell&#8217;Università di Bologna.  Partendo dalla culla ed arrivando fino all&#8217;adolescenza cercheremo di smascherare gli atteggiamenti stereotipati che si nascondo in un&#8217;educazione ritenuta generalmente neutra e paritaria dai genitori, educatori e adulti in genere, per capire come questa differenziazione vada poi ad influire sul comportamento di bambini e bambine, sulle scelte che compiranno e sul modo di percepire se stessi e le proprie potenzialità.</p>
<p>Potete ascoltare <em><strong><a href="https://skydrive.live.com/?cid=520d6a46c3584bef&amp;id=520D6A46C3584BEF!155" target="_blank">qui </a></strong></em>la prima puntata, in cui Elisa Truffelli del Csge ci ha parlato di genere ed educazione da 0 a 6 anni.<br />
A breve la seconda, in cui si parla di <em><strong><a href="http://frequenzedigenere.wordpress.com/2012/01/19/bambine-e-bambini-delle-elementari-stereotipi-e-buone-pratiche/" target="_blank">bambine e bambini in età elementare</a></strong></em>: restate sintonizzati!</p>
<p>Buon ascolto e un GRAZIE ENORME a Le Vocianti.</p>
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		<title>Il populismo, la democrazia e il femminile addomesticato</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Jan 2012 09:56:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Juri Guidi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rilanciamo l'articolo di Olivia Guaraldo pubblicato sul sito Italianieuropei.it]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Rilanciamo l&#8217;articolo di <a href="http://www.iaphitalia.org/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=137&amp;Itemid=261" target="_blank">Olivia Guaraldo</a> pubblicato sul sito <a href="http://http://www.italianieuropei.it/it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html" target="_blank">Italianieuropei.it</a></p>
<p style="text-align: center;">&#8212;</p>
<p>Nella società dello spettacolo il corpo delle donne è merce di scambio ed elemento rassicurante per l’identità maschile. Con la complicità del mondo femminile, il “populismo mediatico” degli ultimi vent’anni ha intrappolato la donna nel suo atavico ruolo di oggetto di piacere. È lecito allora chiedersi: come mai la lunga storia di lotte e di consapevolezza è stata cancellata nello spazio di uno spot?<br />
Carpe diem Inutile negare il sollievo “epocale” provato da molte e molti all’uscita di scena di Silvio Berlusconi e delle schiere dei suoi volenterosi difensori – politici, culturali, mediatici. Tuttavia, come da più parti sobri intellettuali ci ricordano, il berlusconismo non è morto, e ci vorrà del tempo per sanare la lacerazione profonda da esso prodotta nella società italiana. Forse questo tempo del sollievo durerà poco, non solo per quegli impronunciabili sacrifici nascosti nelle lacrime della neo-ministra Elsa Fornero, ma anche per un compito simbolicamente altrettanto impegnativo, che incombe sul paese intero: raccontare e raccontarsi quello che è accaduto in questo paese negli ultimi vent’anni. Come è noto, il racconto costituisce la prima e più elementare forma di comprensione degli eventi, una sorta di prodromo della razionalizzazione o, come diceva Hannah Arendt, il modo più immediato che gli esseri umani hanno per riconciliarsi con la realtà.</p>
<p>L’arte del raccontare comporta tuttavia un rapporto diretto e condiviso con la memoria, una familiarità con lo scorrere del tempo, con il succedersi di eventi fra loro concatenati. Tutto questo è stato parzialmente abolito dal berlusconismo, che, da questo specifico punto di vista, coincide essenzialmente con una studiata abolizione del tempo, della dimensione storica e consequenziale dell’accadere, al fine di immergere la realtà nella sua totalità in un eterno presente, privo di memoria ma saturo di immagini mediatiche che celebrano la bontà e la giustezza del qui e ora.<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#note1"><strong><sup>1</sup></strong></a> L’ottimismo berlusconiano non è altro che la versione morbida, secolarizzata e profana della teodicea: viviamo nel migliore dei mondi possibili, non c’è ragione per agire o pensare altrimenti.</p>
<p>L’eterno presente dell’epoca berlusconiana ha contagiato anche i suoi più acerrimi nemici, costretti a rincorrere il berlusconismo nelle sue acrobazie mediatico-politiche per “restare sul pezzo”, rendendoli spesso incapaci di uno sguardo d’insieme più radicale, meno effimero ed evenemenziale. Detto altrimenti: il berlusconismo si dice in molti modi, e ciascuno può avere una sua plausibilità, certo è che esso non si esaurisce e non si fa esaurire dalla cronaca, giudiziaria, politica o pettegola che sia. Esso affonda le sue radici in una dimensione storico-sociale più ampia, che necessita appunto di essere dispiegata, svelata, raccontata.</p>
<p>Per esorcizzare gli insidiosi spettri del berlusconismo sarebbe innanzitutto necessario trovare una lingua comune in grado di raccontare, agli italiani e alle italiane, la storia recente di questo paese, di dare forma a una narrazione che sia però anche un’auto-narrazione, un “esame di coscienza”. Saper raccontare, sapersi raccontare dentro e attraverso gli anni dell’ascesa potente della TV commerciale, della costruzione impercettibile e quotidiana di un immaginario collettivo nuovo, del confluire pericoloso e inesorabile di politica e spettacolo, della fine delle ideologie e del trionfo del nulla smaltato di paillettes dovrebbe comportare anche la capacità di situare tutto questo in una prospettiva cronologica, che sappia individuare un prima e un dopo, che scalzi il presente dalla pretesa di vigere eternamente. Le cose sono cambiate, le cose cambiano, le cose cambieranno. Raccontare significa apprendere la contingenza dell’accadere e dell’esistere, per riconciliarsi con essa quando il passato è doloroso, per auspicare un cambiamento quando il presente è insopportabile.<br />
<strong>L’inenarrabile</strong></p>
<p>Il 31 gennaio del 2011 Loredana Lipperini scriveva su “l’Unità”: «Ci sono molte cose che l’Italia non sa raccontare di se stessa», alludendo al fatto che la complicità di un paese intero (uomini e donne compresi) nei confronti del berlusconismo diventava, ai tempi della sua inevitabile crisi (e il 31 gennaio scorso la crisi era al suo apice anche grazie all’annunciata mobilitazione femminile di “Se non ora quando?”) un ricordo scomodo, ingombrante, appunto “inenarrabile”. Il rapporto tra presente e passato, indispensabile affinché ci possa essere racconto, è stato abolito dal berlusconismo, dalle sue innovative tecniche comunicative e persuasive, ma anche dall’incapacità della società contemporanea (non solo italiana) di rapportarsi in forma narrativa alla realtà e, nello specifico caso degli italiani, dal loro adeguarsi, volenterosi, al grande gioco seduttivo di imbonitori di varia natura: la nostra storia recente ci è stata sottratta, ed è stata trasformata in uno spot.</p>
<p>Al centro di questo spot sta il corpo femminile, oggetto di desiderio e simbolo di potere, strumento di persuasione, di ipnosi collettiva fatta di intrattenimenti quotidiani e di immagini martellanti, merce di scambio e di autopromozione, ultimo feticcio di un liberismo scambiato per libertà. Il berlusconismo rappresenta in fondo il risorgere audace di una Italia arcaica, patriarcale e misogina, camuffata sotto le mentite spoglie di una società iper-moderna: la sua novità consiste proprio nell’aver saputo brillantemente coniugare capitalismo e società dello spettacolo, innestando questi due capisaldi dell’iper-modernità sui resti sfilacciati di una società arretrata, se non altro in tema di libertà femminile. Detto altrimenti, il processo di spettacolarizzazione della politica – tipico dell’Occidente tutto, in epoca contemporanea – ha trovato in Italia un fertilissimo terreno su cui fiorire, un potente catalizzatore che ne ha determinato l’innovativa versione: “berlusconismo” è il nome che oggi diamo a una avanguardistica declinazione del “populismo nell’epoca della sua quotidiana riproducibilità mediatica”. Ed è a questo lavorio quotidiano, alla sua apparentemente innocua banalità da televendita che esso si è affidato per colonizzare spazi di vita e di immaginario, saturandoli entrambi.</p>
<p>La storia potrebbe iniziare da molto più lontano, dal pesante fardello misogino della cultura occidentale, ma non è con le grandi narrazioni epocali che la banalità mediatica della cultura di massa odierna può essere compresa. Il berlusconismo va letto e interpretato<em> </em><em>iuxta propria principia</em>, cioè secondo quei modelli entro cui esso stesso si è pensato e costruito. Per comprendere quindi la storia recente e il lavorio quotidiano dell’immaginario di massa a matrice maschilista può forse essere utile guardare con occhio disincantato ai suoi albori: da “Colpo Grosso” al “Bagaglino”, da “Non è la Rai” a “Striscia la notizia” l’<em>entertainment</em><em> </em>nostrano ha proliferato massivamente su corpi femminili quotidianamente scrutati, esibiti, sezionati dallo sguardo collettivo, pesantemente reificati nella loro sostanza carnale. Corpi muti ma loquaci nella loro funzione di segni: procaci e perfetti, disponibili e docili, essi alludono a una soggettività muta che tutta coincide con quella che Simone de Beauvoir definiva “l’alterità del femminile funzionale al maschile”, espressione innanzitutto di un ideale di bellezza che deve rispondere al destino di essere posseduta, deve avere le qualità passive di un oggetto.<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#note2"><strong><sup>2</sup></strong></a>Così facendo essa rafforza l’identità maschile, gratifica l’uomo e lo conferma in qualità di possessore esclusivo di tale bellezza, soggetto principe nell’universo simbolico e materiale della “lotta per il riconoscimento”. La donna è definita solo a partire dal suo rapporto con l’uomo, ella è l’oggetto sul quale il maschio proietta le sue speranze, paure, frustrazioni, gioie.<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#note3"><strong><sup>3</sup></strong></a> Tuttavia, tale processo di rispecchiamento comporta una reciproca dipendenza tra maschile e femminile, una sorta di complicità di quest’ultimo nel meccanismo della propria subordinazione.<br />
<strong>Il dispositivo della bellezza</strong></p>
<p>In Italia, del resto, la persistente cultura patriarcale, rafforzata e “naturalizzata” dalla permanenza e dalla diffusione capillare di un certo immaginario cattolico,<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#note4"><strong><sup>4</sup></strong></a> non ha avuto difficoltà ad assorbire e interiorizzare un immaginario mediatico costruito sui corpi delle donne. Inoltre, la preminenza della prospettiva dell’eterno presente a cui si faceva cenno sopra, l’esaltazione di un godimento di massa da esaudire “qui e ora” come versione banalizzata e consumistica dell’antico motto oraziano del <em>carpe diem</em>, è come se avesse convinto molti, e soprattutto molte, che le donne sono sempre state così, che in fondo il femminile a cui l’immaginario mediatico si rifà è quello sempre identico a se stesso di un bel corpo a disposizione, perché in fondo a tutti è chiaro che la bellezza è l’indispensabile viatico femminile alla realizzazione di sé. Cosa fanno in realtà i modelli preconfezionati del femminile televisivo e politico dell’era berlusconiana? Rafforzano (con in più la pervasività mediatica del modello, ineguagliabile per influenza rispetto ad altri modelli, in altre epoche) l’atavica idea che solo attraverso la bellezza il femminile possa uscire dal buio della sfera privata, per solcare la pubblica. Non è del resto un caso che la parola pubblica di questo femminile addomesticato sia spesso subalterna, docile, conservatrice.</p>
<p>Ma qual è il meccanismo che ha permesso di dimenticare, in maniera così massiccia, la libertà delle donne, audacemente conquistata, seppure provvisoriamente, durante gli anni Settanta? Cos’è che ha fatto sì che una storia di lotte e di consapevolezza fosse cancellata in poco tempo, e nello spazio di uno spot?</p>
<p>Una possibile spiegazione è forse rintracciabile in quello che Michel Foucault ha chiamato, in riferimento alle trasformazioni del potere in epoca contemporanea, il “dispositivo biopolitico”, una presa in carico (da parte di diversi agenti politici, sociali e culturali) dei corpi, materiale prezioso per un controllo sociale molto raffinato, determinato da meccanismi non repressivi ma produttivi.<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#noye5"><strong><sup>5</sup></strong></a> Il dispositivo biopolitico funziona in modo tale che i soggetti “governati” non sono semplicemente “dominati”, prigionieri della volontà altrui, bensì partecipano essi stessi all’attuazione delle norme che li costituiscono: la norma dice cos’è “normale” e cosa non lo è, e ciascuno, singolarmente ma in stretto rapporto con la dimensione collettiva, deve provvedere alla propria normalizzazione.</p>
<p>Tale dispositivo ha agito sui corpi delle donne in maniera molto più significativa di quanto non abbia fatto sui corpi in generale: il corpo liberato dal Sessantotto e dal femminismo è diventato il terreno privilegiato di una strategia di governo e di normalizzazione.</p>
<p>Entro questo abbozzo di comprensione, allora, potremmo collocare il femminile come “governato” dal dispositivo della bellezza. Cos’è una donna, in altre parole, lo dice la “normalità” della sua bellezza, postulata come tale da un dispositivo che non la vuole semplicemente “controllare” – com’era nel caso del vecchio regime patriarcale in cui la donna dipendeva dal volere del padre, del fratello o del marito – bensì produrre in serie come espressione di ciò che è familiare, rassicurante, disponibile e docile, <em>normale</em> appunto. Che tale normalità di una bellezza muta e a disposizione sia indispensabile al rafforzamento dell’identità maschile, come ci ricorda Beauvoir, complica ulteriormente la scena, ma non smentisce un assunto centrale dell’analisi: le donne sono state complici solerti nel gioco del loro stesso assoggettamento. La pensatrice francese lo diceva delle donne in generale, all’interno della cultura patriarcale dell’Occidente. In maniera forse meno roboante, guardandoci dalle generalizzazioni troppo facili e spostandoci dai miti indoeuropei di cui parlava Beauvoir alle trasmissioni trash nostrane, notiamo un andamento simile: una certa compiacente complicità del femminile “mainstream” nel farsi ingabbiare nel dispositivo della bellezza c’è e c’è stata. Ma tale complicità, spiegata da molti come un difetto psicologico, una propensione di alcune a essere più “mignotte” di altre, è banale e difettosa, anche perché colloca la questione ancora una volta entro una cornice in fin dei conti moralistica.<br />
<strong>Politica, non moralismo</strong></p>
<p>Il problema, complesso e controverso, di una libertà femminile scambiata per liberismo, di un corpo trasformato in merce o in oggetto, senza scarti, è tale non perché riguarda la morale. Troppo spesso le donne sono state le fedeli custodi di una morale a loro ostile, ospiti alienate di un discorso che le collocava sempre all’interno di un gioco di scambio dei loro corpi. Il problema del dispositivo normalizzante della bellezza docile, del corpo esibito, scrutato e scambiato sul mercato del potere, del denaro, dei simboli è innanzitutto politico.</p>
<p>C’è una costitutiva duplicità nel dispositivo che assoggetta il femminile attraverso la sua bellezza: centrale e fondante dell’identità maschile, il suo “altro”, essa resta tuttavia marginale, accessoria, di cornice per quanto riguarda la propria identità. Sul versante dell’identità femminile, quindi, ciò che la cultura “popolare” del berlusconismo ha in questi anni elaborato, veicolato e diffuso con la potenza inedita dei mezzi di comunicazione di massa è stata la “naturalizzazione” della donna nei panni di un corpo a disposizione. Come se non ci fossero altre “identità” disponibili per il femminile, se non l’eterno alter ego della prostituta, e cioè la moglie/madre (altro luogo simbolico di pesante “naturalizzazione”).</p>
<p>La questione della “naturalizzazione” si è ulteriormente rafforzata all’interno di un codice linguistico dell’auto-imprenditorialità e del liberismo economico (i quali, sempre secondo Foucault, sono un’ulteriore declinazione del paradigma del “governo del vivente”) per cui la subordinazione è resa invisibile e indicibile. I corpi delle donne non sono più protetti dal patto patriarcale e dal rigido protezionismo che ne regolava lo scambio (dal padre al fratello, dal padre al marito), ma circolano liberamente nel mercato del sesso e del potere, come una sorta di traffico illecito di esseri umani dove però lo sfruttamento è difficile da individuare, da nominare, intrappolato com’è nelle maglie della stessa soggettività che si pretende “libera”. Ecco perché la questione è politica e non morale: il linguaggio che dice questi corpi, forgiato nei dispositivi normalizzanti del neoliberismo e dell’auto-imprenditorialità, impedisce il conflitto, la critica, la trasformazione. Resta solo un’inclusione docile, un disciplinamento delle forze vitali, una normalizzazione biopolitica. Come uscire dal dispositivo normalizzante e riappropriarci dei nostri corpi? Fino a qui la narrazione è stata scomoda e frustrante, tuttavia necessaria. Ci sono però molte altre narrazioni in corso, sotterranee e poco visibili, ma progressivamente emergenti nel panorama di un paese che sta cambiando. Non godono della quotidiana esposizione mediatica che invece spetta ai corpi addomesticati e normalizzati, ma lavorano dal basso e sono espressione di corpi desideranti e pensanti,<a href="http://www.italianieuropei.it/italianieuropei-1-2012/item/2441-il-populismo-la-democrazia-e-il-femminile-addomesticato.html#note6"><strong><sup>6</sup></strong></a> di corpi che si sono ricongiunti miracolosamente con le loro anime, hanno voce e voglia di rimettere al centro della vita del paese e delle vite individuali la politica, come capacità di azione, di cambiamento, di libertà. Il nostro compito è quindi quello di raccontare a noi stesse e alle altre una storia che parli della nostra frustrazione ma anche della nostra voglia di libertà e di iniziativa, che incoraggi ad avere più a cuore il pubblico del privato, più il corpo politico del corpo addomesticato, più l’intelligenza della bellezza, per parafrasare, ribaltandola, una nota frase che è espressione perfetta di una strategia di “normalizzazione” del femminile. Per resistere ad essa serve il nostro coraggio, la virtù politica per eccellenza, che ci sottragga all’eterno presente di un oggi immodificabile e ci proietti in un futuro diverso e non troppo lontano.</p>
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<p>[1] Sulle implicazioni nichiliste di questa glorificazione dello status quo si veda C. Chiurco, Il nulla in casa. Il berlusconismo tra nichilismo compiuto e balcanizzazione dell’Occidente, in Chiurco (a cura di), Filosofia di Berlusconi. L’essere e il nulla nell’Italia del Cavaliere, Ombre Corte, Verona 2011, pp. 72-96.</p>
<p>[2] S. de Beauvoir, Il secondo sesso, Il Saggiatore, Milano 1999, p. 205.</p>
<p>[3] Ivi, p. 164.</p>
<p>[4] Sulle molte possibili letture del corpo femminile all’interno della tradizione cristiana, trascurate e oscurate da una visione fondamentalmente misogina del corpo femminile abbracciata dalla Chiesa cattolica in tempi recenti si veda M. Murgia, Ave Mary. E la chiesa inventò la donna, Einaudi, Torino 2011.</p>
<p>[5] M. Foucault, Bisogna difendere la società, Feltrinelli, Milano 1998. Per una esaustiva e chiara trattazione del pensiero di Foucault, si veda anche L. Bernini, Le pecore e il pastore, Liguori, Napoli 2008.</p>
<p>[6] Si veda F. Giuliani, Il peso del corpo (Like a Train on a Track), in “Italianieuropei”, 10/2011.</p>
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