riflessioni Archive

0

Unioni Civili, cosa sta succedendo a Gubbio?

Nel2002 a Gubbio venne istituito il registro delle unioni civili un atto che, come ricorda Aurelio Mancuso sul Manifesto del 26 gennaio scorso, in Italia ha soltanto un indirizzo di ordine politico in assenza di una vera e propria legge che le regolamenti.

Assenza che per altro pone l’Italia, come in tanti altri campi, ad essere fanalino di coda nella corsa a diventare un paese un minimo civile.

Ma se il valore dell’istituire un registro di questo tipo è appunto politico, lo è ancora di più la decisone di chiuderlo.

Ed è esattamente quello che è successo nei giorni scorsi nel consiglio comunale della cittadina Umbra.

Il sindaco di Gubbio, Diego Guerrini, ha infatti votato, insieme ad alcuni esponenti della sua maggioranza, un ordine del giorno presentato da un consigliere della minoranza di centro destra che chiude il registro.

Un fatto gigantesco, enorme che fa fare un salto indietro a tutti quanti, però?

Però di questo non si legge nulla, se non una colonnina nelle pagine interne del Manifesto, lo si relega a fatto di cronaca locale.

Credo invece vada ribadito per quello che è, un atto politico che nel non venire recuperato e rilanciato viene volutamente fatto passare in sordina come un problema di poco conto.

Il punto non è quindi, l’orrenda decisione del sindaco di Gubbio, quanto piuttosto l’approccio alla questione che viene usata e strumentalizzata sul piano mediatico in una sola direzione.

Basta pensare a quanto clamore si solleva ogni volta che alla comunità lgbt viene riconosciuto un diritto o uno spazio di democrazia, quanti scudi vediamo alzarsi da parte del mondo: politico, sociale e religioso.
Ogni istituzione di un registro è condita di giornate e giornate di dichiarazioni sulla stampa di presunti difensori della morale, quando però la cosa va nell’altro senso tutto si riduce ad un articoletto.

Sarebbe ora di pretendere da chiunque si candidi a rappresentarci un’intransigenza bidirezionale, che non si fermi ai proclami ma che si faccia carico di fare battaglie anche di difesa.

E in questo non dico che non ci siano alzate voci per  condannare la scelta, però tutto si è fermato lì, dichiarazioni e sdegno e poi più nulla tutto avanti come prima, che tanto i problemi sono altri…

 

17

Offese al corpo

Sono reduce da una serie di discussioni davvero animate, avvenute su alcuni socialnetwork che seguo, successive all’uscita dell’intervista fatta da Conchita di Gregorio a Piero Marrazzo, (l’intervista la trovate qui). Ed essa se ne sono susseguite altre relative all’uso del corpo delle donne, sulla maternità surrogata (donne che affittano l’utero), sull’uso del velo per le donne islamiche e poi ancora sulla lunga serie di pubblicità che usano, offendono, sviliscono il corpo delle donne.

Così mi sono soffermata a pensare a quanto la parola corpo sia associata a donna, e quanto sia importante il corpo delle donne.

Eppure anche gli uomini riescono a farne un uso altrettanto disinvolto e discutibile; mi basta pensare ai corpi esplosi ed espansi degli atleti del body building, spesso stravolti dall’uso di steroidi, oppure gli uomini che praticano quella straordinaria forma di prostituzione “morale”,  pagata con briciole di potere o notorietà, ci si vende l’etica per una poltrona in regione o in comune. Ma una donna che usa il botox o si prostituisce è “peggiore”, viene esecrata e offesa per strada se si fa raccomandare dal politico di turno o se usa il corpo per ottenere favori.

Il corpo delle donne è importantissimo, per tutti, nel bene e nel male, e sembra diventare un principale oggetto di contesa, osservazione, fruizione.

Così le donne si ribellano, con una strenua lotta ricorrente, sempre più stringente, verso le pubblicità offensive. E non solo leggiamo della feroce critica alla chirurgia estetica, contemporanea alla difficoltà di comprendere il ruolo del velo per le donne islamiche, e poi penso anche alle critiche dirette alla maternità in età avanzata di Gianna Nannini (o alla complementare e sconfinata ammirazione), o ancora alle polemiche sugli uteri in affitto. Insomma comunque ci si muova, il perno attorno a cui tutto ruota è il corpo femminile.

Che resta eternamente sospeso nell’ambivalenza tra oggetto e soggetto.

Noi stesse non sembriamo essere in grado di smarcarci da questa ambivalenza, infatti il corpo è anche il più grosso “luogo” di potere del femminile: la maternità. E la rivendicazione di una certa sacralizzazione del corpo delle donne, da parte delle donne, forse afferisce proprio lì. Il corpo non può essere strumentalizzato, pagato, perchè è il luogo del potere femminile, e della procreazione. Non può essere offeso, o umiliato.

Gli uomini, che pure subiscono ingiurie e umiliazioni assimilabili, sembrano del tutto scevri da questi fastidi: usano il corpo e si fanno usare, prostituiscono la propria umanità con leggerezza che sarebbe quasi ironica, non fosse così grottesca. Sembrano indifferenti alla sacralizazzione dl corpo, tanto più che nessuno mai gliene chiede il conto.

Noi donne sembriamo incastrate nella doppia sacralizzazione del corpo, siamo noi per prime che proteggiamo il luogo di genesi del nostro potere sociale (non economico, non politico, non culturale, non scientifico), il potere che permette di partecipare al sociale, dando un contributo. Un altro corpo: i nostri figli.

Inoltre “qualcuno”, e da sempre, ci chiede di rendere conto di come usiamo quel “sacro”. O più banalmente stabilisce con chi/quando/come/dove possiamo avere rapporti sessuali, e di chi è il figlio che genereremo.

La domanda che ne discende è se possiamo uscire da questo vincolo? Possiamo rivendicare altre proprietà alternative al solo corpo? Possiamo sfuggire dalla rivendicazione del singolo corpo per rientrare nell’unitarietà complessa e ambivalente che ci compone, per chiedere molto di più? Il solo corpo non è uno specchietto per allodole? Faremo togliere il cartellone della modella che in mutanda maschile ci guarda dall’alto, ma non avremo altro da questo?

Lasciatemi questo dubbio.

 

Immagine tratta da All Pictures

 

Il corpo, ricordo, infine non è. Sono.

E vorrei concludere con una frase di E. Mounier:

Il mio corpo è più del mio corpo. Io non ho un corpo, io sono un corpo.

 

11

La trasmissione “Cambio vita – Mi trasformo” . La chirurgia estetica cambia davvero la vita?

Cambio vita: programma tv

Quando il Digitale terrestre regala nuove prospettive,  ovvero considerazioni sulla trasmissione “Cambio vita – Mi trasformo” in onda sul Cielo TV canale 26

Qualche sera fa, in cerca di un canale che mi offrisse un po’ di conciliazione al sonno, mi sono imbattuta in una trasmissione che il sonno me lo ha fatto passare.

Si tratta di un programma sulla chirurgia estetica dal promettente titolo: Cambio vita-mi trasformo, in onda su Cielo TV canale 26.

La trama

Un’avvenente Natasha Stefanenko presenta la persona che ha deciso di cambiare vita (in verità di cambiare aspetto) ricorrendo alla chirurgia estetica. La persona – una donna- lamenta problemi relazionali, di fiducia in se stessa, di incomprensioni con il partner, adducendo come unica motivazione un problema di ordine estetico. Seno troppo piccolo, fianchi troppo larghi. La donna viene mostrata nuda, con un accappatoio aperto che svela in effetti la “gravità del problema”, un’impietosa inquadratura si sofferma sul seno e poi sui glutei, oltrepassando la linea ormai sottile fra il buon gusto e il pudore.

Gli esperti

Poco dopo entrano in scena due personaggi cruciali: il chirurgo estetico che dovrà risolvere il problema e la psicologa che accompagnerà la paziente nel percorso di cambiamento.

Il chirurgo falsamente ammiccante e affabile incontra allora la signora e con una semplificazione che ha dell’incredibile analizza la situazione ridisegnando con un bel pennarello rosso le linee che intende modificare direttamente sulla pelle della signora, completamente rapita dalle promesse miracolose di un seno turgido e un fianco snello. Poi di corsa a fare due esamini di controllo, tanto per verificare lo stato di salute della paziente prima di procedere con la fase due, il colloquio con la psicologa. La professionista della psiche, rassicurante anche lei, riceve la signora, le chiede due cosine della sua vita, e di fare un disegnino che la rappresenti sotto la pioggia. La paziente disegna con impegno una figurina infantile sotto due gocce di pioggia ed ecco che il profilo psicologico della paziente è tracciato: non avendo disegnato un ombrello, la signora non affronta con consapevolezza le difficoltà della vita e tende a soffocare la rabbia. La soluzione è non reprimere, ma buttare fuori le emozioni. Semplice no?

Ecco fatto. La paziente è pronta, idonea, preparata per affrontare tutto quello che verrà dopo.

Comprendo che i tempi televisivi non permettano approfondimenti medici e psicologici più realistici ma qui la sensazione che si ha è veramente la semplificazione, la banalizzazione, lo svuotamento di ogni senso rispetto a quello che lo spettatore vedrà nella seconda parte del programma.

L’intervento

Si entra nel vivo, sarebbe meglio dire nella carne viva, sì perché è il momento dell’intervento. Nudo e crudo. Viene ripreso l’ingresso nella clinica privata, la stanza nella quale la paziente entra con lo stesso spirito di chi entra in una stanza di hotel per fare un soggiorno in una spa, poi la discesa in barella verso il blocco operatorio, mezza rintontita dall’anestesia. Il chirurgo arriva in moto, disinvolto e autorevole incontra la sua equipe, uno staff di giovani medici (tutti uomini) che andranno ad operare di lì a poco. Breve brifing di staff: tagliamo qui, riempiamo là, aspiriamo qui, tiriamo su là. Tutti sanno quello che devono fare, il clima è amicale, il chirurgo fa battute (che non fanno ridere nessuno) la paziente ormai è andata sotto i colpi dell’anestesia. E’ pallida, ha l’aspetto provato nonostante sia truccata come per uscire il sabato sera, sdraiata lì sotto una coperta di alluminio dorato, in attesa dell’intervento, sembra proprio una malata come tante che attendono inermi di subire un grosso intervento.

La fase che segue è a dir poco allucinante: bisturi che incidono, sangue che fuoriesce, grasso aspirato, protesi infilate insomma roba da far impallidire Dario Argento e soprattutto da far dimenticare che lì sotto ai ferri c’è un essere umano, e non un trancio di manzo.

Ovviamente l’intervento è riuscitissimo, tutti si complimentano con tutti, sì certo ci vorranno una quindicina di giorni affinchè la paziente si riprenda, ma ci sono gli antidolorifici e poi infondo dopo ci sarà la realizzazione di un sogno: due seni 3° C e due fianchi da vent’enne!

La discesa sul Red Carpet

Per il gran finale la signora nuova di trinca (in realtà non si direbbe, ma tutto sembra fatto per farci credere che sia irriconoscibilmente bella) viene ricevuta dall’affettuosissima e maledettamente bella Natasha Stefanenko, che la veste, la trucca, la pettina per poi farle scendere la gradinata di una bella villa Palladiana dove i suoi cari commossi e ammirati la aspettano per festeggiarne la nuova bellezza.

Ecco, la tristezza di vedere l’incerta discesa della signora, agghindata e riconfezionata mi ha convinta a scrivere queste pagine.

Qualche considerazione sui contenuti e sui messaggi veicolati (pericolosamente) da questo programma:

I sogni son desideri….

Partiamo dal titolo: Cambio vita, mi trasformo.

Come se cambiare vita significasse cambiare aspetto. Come se la trasformazione fosse esteriore e non interiore. La parola che ricorre con maggiore insistenza durante tutta la trasmissione è: SOGNO. La paziente vuole realizzare un sogno, finalmente sta per avverarsi il sogno. Già questo è agghiacciante. Tutto il programma ruota attorno alla convinzione che la risoluzione di ogni problema, l’appagamento di ogni desiderio, trovi la sua soluzione nella chirurgia estetica.

Il superficialissimo tentativo di infilare nella trasmissione la parentesi della consulente psicologica, non solo banalizza ancora di più l’idea che i problemi, le difficoltà abbiano a che fare con altro che non sia esclusivamente il nostro aspetto esteriore, ma rafforza l’idea che raddrizzando un naso o aumentando la taglia di un seno la psiche, appagata, seguirà e starà meglio e che anche le relazioni con gli altri con quel ritocco beneficeranno di nuova linfa vitale. Il marito ritroverà il desiderio sessuale, la complicità dei giovani amanti i cui corpi si cercano viene mostrata a testimonianza del fatto, che in fin dei conti, un po’ di sofferenza valeva bene la posta in gioco. Anche i figli della paziente sostengono la scelta della madre e con sguardo ammirato e affettuoso, smettono di essere figli e diventano spettatori complici. Sembrano non aver capito che mamma va a farsi rifare il seno perché li ha allattati o la pancia perché le gravidanze la hanno deformata al punto che non si sente più donna.

Cliniche private

Una cosa che appare subito chiara è che la trasmissione paga le spese dell’intervento di chirurgia estetica. Il tutto senza mai parlare di prezzi, di costi, di spese. Il pacchetto completo viene erogato con generosità, senza badare a spese.

Cosa viene chiesto però in cambio alla protagonista della puntata? Le viene chiesto di esporsi nuda, di esibire il proprio corpo imperfetto davanti alle telecamere, agli occhi curiosi degli spettatori. Le viene richiesto di essere seguita dalle telecamere in ogni istante dell’intervento. Dalla preparazione all’operazione, dalla degenza alla rinascita. Appare evidente dai brevi scorci di vita privata della paziente che quel tipo di intervento in tutta probabilità non avrebbe potuto permetterselo.

Non si tratta di ricche signore dell’alta società che vanno a rifarsi ogni tre per due, ma di persone di ceto medio-basso per le quali interventi di questo tipo solitamente rappresentano spese eccessivamente elevate rispetto al budget dell’intera famiglia. Ecco l’inganno confezionato ad arte, ecco il ricatto del capitalismo che usa ancora una volta coloro che non avrebbero normalmente accesso a questo tipo di “servizio” per generare altri introiti, mascherando il tutto in beneficienza mediatica. La clinica privata, dove tutto è tecnologicamente avanzato stride con le immagini degli ospedali pubblici a cui normalmente i pazienti hanno accesso, la benevolenza e finta simpatia del chirurgo mal nascondono la distanza sociale incolmabile fra quel medico e quel paziente, la villa Palladiana affittata per il gran finale stona talmente tanto con i luoghi al quale la protagonista è abituata da creare un totale straniamento, spaesamento.

La donna catapultata in un mondo non suo è diventata così manipolabile, docile, remissiva da obbedire perfettamente allo script televisivo previsto per lei dalla produzione. Non si lamenterà mai del dolore, delle ferite, dei tagli, dei punti, ma sarà grata ai suoi benefattori e non smetterà di ringraziare coloro che hanno realizzato il suo SOGNO.

L’umiliazione

Siamo ormai abituati alla tecnica televisiva che consiste ad umiliare i concorrenti in ogni forma e misura. Gli esempi non mancano a testimoniare il fatto che la tecnica ormai consolidata dell’umiliazione, dell’esposizione impietosa delle debolezze, dei difetti, delle fragilità funziona e fa alzare lo share. Questa trasmissione però supera un limite: quello del corpo, o meglio, della carne del corpo. La paziente viene mostrata su uno sfondo bianco in accappatoio e mutande. Ogni difetto o imperfezione viene rivelata della telecamera che si sofferma. Durante l’intervento poi la carne viene tagliata, sezionata, il tutto mentre ovviamente la paziente è incosciente, sotto l’effetto dell’anestesia.

La parte post operatoria è altrettanto fastidiosa nel mostrare drenaggi, cateteri, punti di sutura. E’ il picco della disumanizzazione. Il punto in cui il corpo smette di essere umano e diventa puro oggetto di speculazione, di morbosa curiosità. A rafforzare l’impressione che tutta questa macelleria non ha nessun un intento medico/scientifico, ma che fa parte dell’inganno televisivo, il fatto che la sofferenza fisica, del tutto evidente vista l’invasività delle tecniche operatorie praticate, venga completamente eliminata nella sapiente narrazione dell’intera puntata.

A dimostrare la disonestà del programma, nessuno mai parla dei rischi che gli interventi comportano, che i decorsi post operatori siano lunghi e dolorosi, e mai viene fatta menzione delle possibili complicazioni e limitazioni che la chirurgia estetica potrebbe comportare. Il gran finale poi in tutta la sua crudeltà mostrerà ancora una volta la bellissima conduttrice, perfetta, algida, probabilmente non ritoccata ma bella di suo che giubila affettuosa come una sorella alla vista della paziente che con un finto stupore non smette di ripeterle: sei bellissima, sei bellissima, sei bellissima!

Poco importano ormai l’umiliazione, la sofferenza fisica, la disumanizzazione…del resto si sa…un vecchio detto diceva: se tu bella vuoi apparire….un “poco” devi soffrire.

 

8

Sull’uso del maschile generico

Vedere il nostro manifesto in giro per le piazze e le case d’Italia è una grande emozione, un fatto che prova come anche un piccolo gesto possa sortire virtuosi contagi, inserirsi nell’orizzonte piatto increspandone i confini e scompigliandone finalmente le linee, sempre più simili a una gabbia. Ne siamo molto contente. Una critica abbastanza ricorrente che ci è arrivata da più parti per questa nostra iniziativa è stata per l’uso del maschile negli attributi che abbiamo scelto per la nostra ricerca di un nuovo presidente del consiglio. Ci è arrivata perfino una proposta con scritte fucsia tutte volte al femminile, al posto del nostro nero serioso, che inanellava, invece, aggettivi al maschile, facendo evidentemente supporre che abbiamo in mente l’ennesimo presidente uomo.

La prima reazione, ve lo confesso, è un po’ risentita: la fatica di mandare avanti questo progetto, sostanzialmente, per ora, in sei persone, con lavori impegnativi e figli più piccoli che grandi, è immane, e quando ci fanno notare questi particolari – non saltatemi al collo che provo a spiegare perché, in questo momento storico, io li reputi tali – ci pare che si voglia a tutti i costi cercare il pelo nell’uovo, ignorando il peso e la portata della battaglia che insieme a voi tutte vogliamo portare avanti. Ma poi, ripensandoci, mi sono detta che non è mica questo il punto. Oltre al fatto che la nostra polemica è palesemente contro Silvio Berlusconi, come ha ribadito a chiare lettere Valérie sulla community, il quale deve urgentemente dimettersi. Il che non significa ovviamente che i problemi del paese stiano lì, né significa scadere nei personalismi: c’è una persona accusata di reati gravi che sta continuando a occupare il potere nell’estremo tentativo di fare, per l’ennesima volta, uso delle istituzioni per favorire i propri interessi o, obiettivo minimo, di continuare a insabbiare le sue responsabilità. Questa persona sta inceppando l’apparato statale: l’Italia è un paese fermo da mesi perché tutte le energie sono assorbite da questa rivoltante pantomima, stritolato nella morsa della sua macchina di bugie. Questa persona deve dimettersi al più presto. Prima spiegazione dell’uso del maschile.

Poi c’è la motivazione addotta da Francesca: in italiano il generico è ancora, purtroppo, espresso solamente dal maschile e la lingua, è provato, si cambia soltanto con l’uso. Per questo, io nel mio piccolo, quando mi rivolgo a gruppi misti, tendo a usare il femminile se la maggioranza dei membri è donna, anche se la differenza è soltanto di una persona. La trovo la soluzione più logica ed esteticamente meglio riuscita, rispetto alle i/e barrate o a quegli asterischi che trasformano le rotondità della lingua italiana in asperità dal sapore nordico, che mal si confanno al resto del discorso. Avremmo dovuto fare lo stesso nel nostro cartello? A rigor di logica, in Italia ci sono più donne che uomini: giusto sarebbe, dunque, usare il femminile come collettivo generico. Oppure qualcuna avrebbe voluto il femminile proprio per suggerire la necessità di avere finalmente una donna come presidente del consiglio del “paese più maschilista d’Europa”. Giustissimo anche questo. Ma c’è un’urgenza che ci obbliga a usare strumenti imperfetti per raggiungere obiettivi minimi ma fondanti: su cosa si concentrerebbero i commenti a un cartello tutto volto al femminile da parte di molti uomini?

Tanti alzerebbero le spalle e ci liquiderebbero come l’ennesima manifestazione di un femminismo con cui hanno preferito evitare di confrontarsi e così ci saremmo ancora una volta ghettizzate. Con questi uomini noi vogliamo parlare, vogliamo che capiscano le ragioni di una lotta che è di ogni persona civile, di tutti coloro che vogliono trasformare la società cercando di rimpicciolire le ingiustizie che la attraversano. Così come vogliamo colpire l’attenzione di quei ragazzini che forse stanno per votare (o già votano o) a favore di un sistema che sponsorizza la mercificazione delle donne e calpesta quotidianamente la loro dignità. Non vogliamo che si distraggano, che trovino delle scuse, vogliamo che si soffermino almeno un attimo a pensare in che condizioni è finito il nostro paese, dov’è la nostra credibilità sul piano internazionale, che cosa sta facendo chi dovrebbe lavorare per il loro futuro. Vorremmo evitare le solite glissate, i soliti tentativi di eludere, di scrollare le spalle come se non fosse un problema loro ma “la solita tirata delle femministe”. E non perché non ci sentiamo femministe – anzi, del femminismo riconosciamo l’importanza per la conquista di molti dei nostri diritti e per lo smantellamento, in parte certamente riuscito, di tutto un sistema prevaricatore, di stampo patriarcale – ma siamo convinte che il femminismo, oggi, abbia bisogno anche degli uomini e che gli uomini abbiano bisogno del femminismo. Per questo l’uso, ancora una volta, del maschile generico: per non perderli per strada in questa fragile fase di transizione. Nella speranza che sensibilizzandone il più alto numero possibile anche la lingua cominci pian piano a riflettere e raccontare un mondo che – è il nostro auspicio – può essere che stia cominciando a trasformarsi in profondità.

3

L’infanzia rubata

Pubblichiamo oggi, dopo esserci consultate con Linda che l’ha scritta, questa lettera comparsa sabato 23 ottobre 2010 su D-Repubblica, perché ci è parsa particolarmente attinente ai temi che più ci premono, visto che siamo convinte che il sistema in cui ci troviamo incastrati e contro cui stiamo tentando di far sentire le nostre voci cominci a infliggere i suoi assalti molto molto presto,  rendendo le persone talmente assuefatte alla sua violenza subdola da non riuscire più nemmeno a percepirla.

Della fretta che abbiamo di far crescere i nostri figli, le nostre figlie in particolare, cooptate da messaggi pubblicitari perennemente inisinuanti ed erotizzati che mercificano i corpi femminili fin da età precocissime ha scritto, sul nostro sito, anche Valérie Donati.

Per quanto mi riguarda, mi capita di pensare al furto dell’infanzia che la nostra società ormai perpetra in un clima di quasi totale apatia, ogni volta che vedo un cartone animato di quelli main stream, di quelli che riempiono le sale cinematografiche e riescono a meritarsi il plauso anche di critici apparentemente selettivi e quotati: ci sento comunque un eccessivo ammiccamento agli adulti, battute allusive, personaggi dalle personalità perennemente irrisolte che veicolano valori troppo ambigui per l’età di chi guarda, come se dovessimo da subito abituarci a un relativismo esasperato, a un pensiero tanto debole da farsi inconsistente.

E poi ritmi e rumori esagerati, irrinunciabili momenti di violenza, anche in film con temi delicati, come Up, che riesce ad avere uno sguardo così raro sull’amore in vecchiaia e poi si perde in un’esplosione di latrati lancinanti e cagnareassordanti in un Sudamerica chissà perché rappresentato come una no man’s land mezza lunare mezza infernale. In sala ci sono sempre 4-5 bambini che piangono e vogliono andare via.

Va a finire che, quando vedo un film che dovrebbe essere per bambini, esco dal cinema nervosa e amareggiata. Triste sia se le mie figlie non si sono divertite (triste per quello) sia se invece lo hanno fatto (triste per il timore che si stiano assuefacendo
a un mondo che non mi piace).

Linda, in questa lettera, torna a lanciare un allarme per questa infanzia rasa al suolo, immolata sull’altare del profitto a tutti i costi: parla di bambine assorbite in quel “contesto prostituzionale” che tanta pubblicità contribuisce a far rimbombare e a diffondere, grottescamente incastrate in vestiti e atteggiamenti indotti, che preludono al tipo di donna più in voga, la donna-articolo in vendita, la donna-prodotto a disposizione sul mercato, la donna reificata.

DALLE DONNE AI BAMBINI

Mentre il corpo maschile è a rischio, la mercificazione di quello della donna ha raggiunto livelli ormai inaccettabili ed è sotto gli occhi inconsapevoli o ciechi o disinteressati o impotenti, di tutti noi. Siamo talmente drogati e assuefatti allo sfruttamento dell’immagine femminile da non accorgerci di non fare troppa distinzione tra la parola sesso e la parola donna.

Nel mio piccolo, provo quotidianamente ad oppormi a tale visione (mi scontro ogni giorno sul lavoro con uomini, tutti uomini, principi e re di un mondo di battute, strizzatine d’occhio, furberie e racconti improbabili) ma mi rendo conto di essere anche io all’interno di un meccanismo più grande di me, che fonda le sue radici troppo lontano per non aver influenzato anche il mio modo di pensare e di agire. Fino ad ora sono stati gli uomini a dirigere, ad essere presenti in tutti i settori lavorativi, economici e artistici. È stato l’uomo a dettare, nell’arte, nella comunicazione, negli stili di vita, la visione del mondo e dunque anche della donna.

Ma oggi, ho paura, che stia accadendo qualcosa di ancora (se possibile) più grave. Qualcosa contro cui tutti, uomini e donne, dovremmo, a mio parere, scandalizzarci e opporci, prima che sia troppo tardi.

Le donne oggi subiscono e putroppo a volte, inconsapevolmente accettano, la costrizione di vedersi ritratte nelle pubblicità di moda in mezzo a cetrioli, indotte a compiacersi del ruolo di bambole di plastica senza altra funzione che fottere ed essere fottute, e ad immedesimarsi in canoni estetici che portano ad una devastazione psicologica tale per cui dopo aver sfogliato una rivista di moda il 70% delle lettrici si sente depressa e in colpa. Se tutto questo le donne subiscono, io vorrei fare in modo che altrettanto non accada ai bambini.

Sfogliando le riviste femminili e di moda, guardando i manifesti pubblicitari o le vetrine dei negozi o le fermate degli autobus, mi sono accorta di come siano in costante aumento le pubblicità di abbigliamento infantile, laddove “infantile” è un termine del tutto inappropriato. Bimbe dalle gote porpora e dalle labbra rosse private del sorriso, fissano l’obbiettivo. Qualcuno potrebbe vederle come piccole (molto piccole) Lolite. Niente hanno dell’infanzia se non l’età, ridicolizzate come scimmiette travestite, adultizzate, erotizzate. Oscene.

Immagini di bambini adulti, che parlano agli adulti e affascinano i bambini.

Non sono madre, non so cosa provino i genitori nel vedere tali immagini ma in me provocano profondo sdegno verso la nostra società. E paura. Paura nel pensare a chi tira i nostri fili, in quali mani siamo per sottostare a tutto ciò senza aprire bocca o peggio senza accorgercene o ancora, per ritenere le mie opinioni esagerate. E paura per i futuri adulti.

Cosa succederà ad individui privati dell’infanzia?

A bambini portati ad imitare e ad immedesimarsi in modelli troppo adulti?

Se lo stesso meccanismo di sessualizzazione dell’immagine porta problemi e confusione nell’adulto, cosa può accadere in un bambino portato troppo presto a spostare l’attenzione sul proprio corpo e sulla propria immagine?

A vedere il proprio corpo come arma seduttiva, merce di scambio, punto d’arrivo?

Ma soprattutto, non porta questo modello “infantile”, ad una normalizzazione di brame voyeristiche e pedofile?

In virtù delle nostre visioni edonistiche e utilitaristiche stiamo a mio avviso, andando oltre ogni limite, superando il livello del permesso.

In una società dove aumentano i diritti delle persone, vanno paradossalmente crescendo le violenze e gli abusi dell’individuo, della sua immagine, della sua sensibilità.

Linda (una 28enne)

(da “D-Repubblica”, n°716, 23/10/10)

0

Gli incontri e l’amicizia. Dal diario di Katia Verdone

Katia Verdone - www.katiaverdone.itGli incontri sono quelli che ti segnano… che danno una svolta alla nostra vita… in special modo a quella interiore.

Possiamo avere una bella casa, una bella macchina, un bel lavoro, ma poi sono gli incontri che qualificano tutto il resto, quelli che renderanno animata, calda e accogliente la nostra casa, quelli che in un viaggio insieme ci faranno vedere con i loro occhi quello che da soli non riusciremmo a vedere o magari a vederlo solo in un modo diverso… quell’incontro fortuito in una delle tante file umane lunghissime (alla posta, al supermercato,al semaforo in sella alla mia vespa…) in circostanze noiose e stressanti ti guarda regalandoti un sorriso, rendendoti, con così poco, pronta all’ottimismo e a credere ad un inizio di giornata piacevole. …

Io per prima ho soffocato il sentimento AMICIZIA per molti anni, dimenticandomi praticamente di tutti gli amici di un tempo, ho immolato l’amicizia sull’altare dell’amore perché in quel momento, per molto anni in realtà, ho considerato l’amore l’unico sentimento importante nell’età adulta. L’amicizia sembrava un sentimento da vivere in modo totalizzante solo nella giovinezza … poi il suo posto veniva sostituito dall’amore.

Ora, come spesso succede nella vita, la situazione si è invertita … SONO IO, ORA, QUELLA CHE ANELA AMICIZIE, CHE NE SENTE PROFONDO BISOGNO. Mentre la maggior parte dei miei amici stanno vivendo un’appagante ed esclusiva storia d’amore.

Ora, non posso pretendere più di tanto da amici come ***** e ***** visto che in questo periodo stanno vivendo la loro storia … Comunque io devo accettare e imparare a prendere ciò che la vita mi offre, e l’amicizia con *****, è stata una delle esperienze più belle del periodo di vita più malandata …

Katia Verdone, www.katiaverdone.it

 

La vita, amico, è l’arte dell’incontro”: questa frase del poeta brasiliano Vinicius de Moraes credo che sarebbe molto piaciuta a Katia.

E mi viene da pensare che la vita prende tutto un altro perché se riusciamo a incontrare anche le persone che non ci sono più, grazie a chi continua a raccontarcele, tenendone vive le voci e il ricordo, opponendo resistenza a un mondo che corre velocissimo senza trattenere più nulla, dissolvendosi in attimi effimeri appiattiti su un presente che ci schiaccia nella sua ottusità priva di spessore. Le parole, i disegni, un particolare del volto o quella giornata che riaffiora nella nostra memoria è bello portarle alla luce con pochi intimi o anche su una piazza virtuale perché il patrimonio di unicità che ognuno racchiude non vada sprecato e possa continuare a dialogare con mondi con cui forse in vita non sarebbe mai potuto entrare in contatto.

Recuperare una relazione non patologica con la morte è un compito che la nostra epoca dovrebbe cominciare a darsi e dentro la nostra scelta di concludere le testimonianze di Svegliatevi, bambine! con le belle parole di Katia e Lucia c’è anche la volontà di contribuire a innescare un rapporto più sano fra ciò che ancora è e ciò che non è più ma permane sotto forme diverse continuando a trasformare i nostri sguardi.

3

“O quante belle figlie Madama Dorè”

Contro la banalità dei soliti modelli, lo sguardo di Chiara, come un puzzle colorato e denso di vita, coraggio, scelte, indipendenza :

Essere bella? Una bella figlia? Ambire alle nozze con il principe? Fidarsi di Madama Doré?

Io non mi fido per niente. Non voglio il principe. Non mi interessa essere scelta solo perché sono bella. Read the rest of this entry »

4

Parole dal cuore


L’arte del quotidiano attraverso mia zia

“L’arte drammatica te la do in testa, altro che accademia”. Questo pare abbia detto mio nonno a mia zia Carmela che da giovane voleva fare l’attrice. Ma lei ogni giorno da allora (ma forse anche prima di allora) quell’arte la mette in pratica nella quotidianità. I suoi dipinti e le sue poesie sono solo la manifestazione canonizzata della cosiddetta arte occidentale, perché poi di arti ce ne sono a migliaia, più di quanto uno possa immaginare. Per esempio mia zia è un’artista perché succede sempre che quando vai a casa sua e ti siedi lì di fianco al camino, lei in piedi, tu inizi a rispondere a una qualsiasi sua domanda ed ecco che, senza che te ne accorga, perché l’arte mica si può sempre spiegare o riconoscere,  mentre sei lì concentrato a rispondere a una sua qualsiasi domanda, di fianco al camino, quindi anche un po’ intontito da tutto quel calore, insomma, ecco che lei inizia un suo racconto costruito sul tuo, tutto attorcigliato a quello di cui tu stavi parlando, anche se non c’entra niente. Read the rest of this entry »

4

Dentro la caverna

Dopo l’interessante discussione scaturita dalla pubblicazione del post di A., che è sfociata nell’articolata proposta di pontitibetani di dibattere il tema dell’educazione (che non è mai solo dei figli), stasera vede la luce un frammento di dolore. Sono parole spremute da un vuoto apparente quelle che Marina ha voluto condividere con noi, parole che s’incuneano nel vischioso sentimento della malinconia, bestia ancipite, capace di annullarci e di approfondirci, contaminandoci con la sua saggezza profonda. Apparente perché le parole stesse, anche se solo per un attimo, gli conferiscono una forma, provvidenziali illusioni da cui lanciare nuove esche verso quella vita a cui Marina non vuole rinunciare. Parole che arrivano da lontano. Read the rest of this entry »

3

Chiedimi se sono felice (Lettera al ministro Brunetta)

Cominciare il 2010 con una testimonianza che ha come fulcro la questione lavorativa mi sembra un modo per sottolineare la nostra consapevolezza rispetto alla grave crisi economica che stiamo attraversando che, tra l’altro, ha ripercussioni decisive, anche se forse non immediatamente evidenti, su quell’identità femminile alla quale stiamo cercando di dare profondità e ricchezza con questa galleria di ritratti, che va facendosi sempre più sfaccettata. Read the rest of this entry »