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Grazie alla sentenza della cassazione torneremo al 1986?

“nell’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure”

Sono le parole con cui, oggi, la consulta ha concesso a due ragazzi colpevoli di stupro una pena alternativa a quella del carcere, normalmente prevista dalla legge.

Da oggi chi stupra in Italia sa che non è detto che dovrà scontare una pena in carcere, da oggi il reato di stupro è nuovamente un reato di secondo piano, una atto per cui il carcere non è obbligatorio, purché lo si faccia in gruppo!

Solo dal 1986, con l’abolizione del Codice Rocco,  si era passati a considerare la violenza sessuale un reato contro la persona e non più contro la morale. Dopo poco più di vent’anni si decide nuovamente di depotenziarlo, diminuendone nei fatti il deterrente e avvalorandone una percezione di minore gravità.

Ma l’assurdo è proprio che la cosa si applica se lo stupro avviene in gruppo… Quindi chi vuole rovinare la vita di un’alta persona è sufficiente che si armi di altri volenterosi per evitarsi il carcere.

Depotenziare le pene sul reato di stupro, in un mondo in cui la percezione del corpo altrui è sempre di più quella di un oggetto alla mercé di chi vuole usarlo è quanto di più sbagliato si possa fare, ed è un atto che non va fatto passare inosservato.

Ne parlano anche:

Femminsimo a Sud

 

 

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Diversamente donne

Milano, due zone diverse, due donne diverse. Inequivocabilmente straniere, o inequivocabilmente rom. O sono quello che, nelle definizioni mediatiche, si generalizza in rom.

La prima è giovanissima, l’ho vista per tutta la primavera pulire vetri, in stato di avanzata gravidanza, e accanto a lei un – altrettanto giovanissimo – marito. Azzardo? Avrà 18 anni, al massimo. La ragazza, che trovo faticoso definire donna, non solo tanto sembra giovane ma mi colpisce anche per una una grave malformazione ad un occhio: immagino che la renda ipovedente. Eppure non sembra faticare per questa limitazione fisica.                                                                                                          

A settembre la rivedo al solito semaforo, è di nuovo snella, credo sia nato il suo bimbo.

La seconda mi appare in questi giorni già un pò freschi, come una visione lontana, dopo una lunga sequenza di persone: un uomo molto vecchio, una donna anziana che intravedo e questa giovane donna. Tutti, più che vestiti, sembrano indossare stracci, l’uomo vecchio ha addirittura i piedi fasciati in brandelli di stoffa bianca e non indossa scarpe. Tutti chiedono la carità con un bicchiere di carta, lercio,  in mano. La giovane donna indossa un vestito lungo che le espone la gamba, fino alla coscia destra. Non capisco subito la stranezza e l’inconguenza dell’abito, poi ci arrivo: serve per mostrare la gamba paralizzata al ginocchio.

Sono turbata dallo spettacolo, una sovraesposizione di corporeità, di sofferenza quasi sfacciata, così dichiarata.

 

Quasi a dare risposta al mio turbamento arriva una trasmissione, alla radio che ascolto abitualmente, che snocciola i dati di una ricerca sui rom, fatta tra Milano e Roma, secondo la quale i membri più deboli e soggetti a violenza, intolleranza, maltrattamento sono: donne e bambini. E questo è quanto ho capito: le donne sono le vittime di plurime forme violenza a partire da quella intra-familiare, difficilmente accedono alla scolarità, e ancor più difficilmente superano quella della scuola primaria. Sono anche vittime di “maltrattamenti” per opera delle forze dell’ordine (durante gli arresti, gli sgomberi dei campi, etc); ma anche di una forma più sottile di maltrattamento o di un trattamento discriminatorio qualora accedano alle strutture sanitarie.  Non si può nemmeno aprire, per errore, la questione dell’acceso al mondo del lavoro, non vi accedono praticamente mai.

Si intende che i bambini sono allo stesso drammatico livello di trattamento, fatte le debite proporzioni, e con l’aggravante dell’essere piccoli e ancor più indifesi

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Allora mi si impone una riflessione: la questione rom/sinti/nomadi è solitamente oggetto di interesse della amministrazioni comunali, che ne colgono la problematicità o la “fastidiosità” (più o meno espressa), poi è oggetto delle associazioni del terzo settore che tentano opera di promozione sociale, tutela, educazione; a volte della scuola. Per il resto sembra trattarsi di “innominabili” o intoccabili, se non per commentare il fenomeno degli sgomberi dai campi abusivi.

E’ pensabile che si possa invece nominare in più luoghi i diritti di queste “diversamente donne”, aggiungendosi alla serie di coloro che si trovano giocoforza o per volontà di mission sociale a trattare il problema? O meglio che il movimento delle donne, nel suo essere molteplice e sfaccetatto non possa farsi carico di questa altra diversità di genere?

Essere diversamente donne, o “meno” donne, o portatrici di diritti ridotti, solo perchè si è rom/sinti/nomadi e si vive in Italia, si è cittadine italiane (e molte donne rom lo sono) mi sembra inquietante. Così come mi sembra che lo svilimento delle donne (e dei minori) cominci proprio dove si lasciano esistere donne di serie b o c, bambini privati dai diritti, e uomini svuotati di dignità.

Le riflessioni sul “corpo delle donne” ci possono portare in molti luoghi, ma anche verso quei corpi che facendo il verso alle immagini patinate della tv, espongono come unica “arma” di ascolto la povertà, e che rendono a noi, come unica moneta di scambio o di “carità”, una riflessione su quei diritti fondativi mancanti.

Non ho trovato per ora un collegamento web sul progetto ma credo che questo sia il link che lo descrive : Osservatorio Nazionale Permanente per la tutela dei diritti fondamentali e il contrasto alla discriminazione delle comunità Rom e Sinti.

 Fonte |Adattamento di un articolo originale, già pubblicato sul blog Divergenti

Foto | OperaNomadiMilano

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Orfane dell'infanzia: inventarsi donne adulte

Leggere la testimonianza che pubblico oggi mi ha molto toccata. Si tratta di poche righe ma io le vedo come un piccolo crocevia molto importante, sia per Roberta che le ha scritte sia per molti che leggeranno e forse ci potranno trovare qualche frammento di sé. È il racconto di un’infanzia infelice e spaventata, di una persona che ha trovato il suo equilibrio anche tirando  fuori questo groppo doloroso, dandogli una forma verbale compiuta. È anche il racconto di una serie di relazioni, ricche e complicate (soprattutto a causa di questo passato di sofferenza), davanti a cui l’autrice si fa delle domande: quella con il compagno attuale e quella con le sorelle che hanno condiviso con lei quel trauma di cui ora è così difficile parlare. Read the rest of this entry »